Nel mio mestiere o arte scontrosa

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L’Equazione Sallusti


Ci sono soglie, in questa ormai quotidiana catechesi del culto dell’osceno che imperversa nei linguaggi attorno a noi. Soglie fatte di parole, slogan, messaggi che, letti, colpiscono come una violenza di fronte alla quale, ripresi dallo stordimento e dall’orrore, ci si domanda “qual è lo scopo?”. Soglie che fanno pensare “da qui in poi è peggio”; e magari, ogni volta, un po’ si spera e un po’ ci si illude che quel peggio sia l’ultima soglia.
Ieri, in occasione del giorno della Memoria, si è varcata un’altra soglia con la prima pagina de Il Giornale e con l’articolo di Sallusti. Io pensavo che l’abominio peggiore, di fronte all’Olocausto, fosse il negazionismo, quel modo terrificante di analizzare in astratto, le equazioni dei neonazisti per dimostrare, con sicumera e arroganza, che era materialmente impossibile uccidere tutte quelle persone in così pochi anni, per spiegare che, insomma, non ci sono documenti firmati da Hitler sulla soluzione finale, come se il senso del nazismo sia un fatto di firme in calce.

Io pensavo questo, ma Sallusti mi ha dimostrato che, evidentemente, la mia immaginazione è molto limitata. Perché titolare “A noi Schettino, A voi Auschwitz”, oltre a fare finta che l’Italia non abbia avuto responsabilità nell’Olocausto (a Il Giornale dubito siano tutti ignoranti in storia, quindi va da sé che si tratta di colpevole menzogna), significa promuovere un’equivalenza, applicare un’aritmetica dell’osceno secondo cui:

comandante che abbandona nave da crociera = genocidio

Un’equazione che sviluppa e perfeziona, ad esempio, l’attitudine dell’ex Presidente del Consiglio a raccontare in pubblico barzellette su Hitler. Un’equazione che si fonda semplicemente su se stessa, poiché un titolo, per sua stessa natura, propugna senza argomentare, facendo affidamento su un comune orizzonte di senso che unisce giornale e lettori. Dunque equazione animata da un nichilismo lucidamente distruttivo, al servizio di una  causa, che è quella  della parte che si rappresenta, in nome della quale tutto è relativizzabile. Ma se tutto è relativo, allora non esistono più fatti, e viene meno il giornalismo, che consiste per l’appunto nel racconto dei fatti. Ritengo una forma di violenza, inferta in primis a se stessi, qualunque tentativo di comparare l’articolo di Der Spiegel con l’articolo di Sallusti o con la prima pagina de Il Giornale; significherebbe ammettere che una simile violenza la si è meritata. Io non posso accettare nel mio orizzonte cognitivo e morale questo tipo di aritmetica. Rifiutarla, per me, è un atto di rivolta, e attraverso questa rivolta si compie un gesto di fiducia verso l’umanità. Così come avrebbe potuto essere un gesto di rivolta e di fiducia verso l’umanità, per chi lavora nella redazione, rifiutarsi materialmente di collaborare a una simile prima pagina. Chi vi ha collaborato è bene che inizi a farsi una semplice, fondamentale domanda: che lavoro faccio?

(Foto da: Leggo)

Un commento a L’Equazione Sallusti

  1. Damiani gennaio 30, 2012 alle 11:22 am

    Un rifiuto che è bene ribadire a gran voce.

Dì pure quello che pensi, giuro che mi interessa un casino

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