Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Sugli imprenditori di se stessi

Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico – almeno io non posso non dirmi tale – la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società, se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione. Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Leggi il resto dell’articolo

Precariamente

Cara Silvia, il tuo articolo, ma io sono sicuro della tua assoluta buona fede, è profondamente falso, come minimo è impreciso. Quando si scrive per dare testimonianza, quando si sceglie di farlo e si passa il Rubicone tra pensiero e discorso pubblico, si dovrebbe parlare autenticamente di sé, e fare esempi diretti, trasparenti, o usare metafore in cui si capisce qual è il punto A e quale il punto B del traslato. Tu usi un “io” e un “noi” molto retorici, e dunque molto scorretti, perché il tuo lettore può estenderli tranquillamente a una generazione di lavoratori precari, e non soltanto a te o a persone che conosci direttamente; lo può estendere anche a chi, magari, ha una storia molto, molto diversa dalla tua o dagli esempi cui ti limiti ad alludere, a fronte della precisione delle accuse che lanci. E questo tuo errore io umanamente lo capisco, capisco certa acredine e certa bile, conosco questo tipo di veleno che si sprigiona quando nel quotidiano ci confrontiamo con quell’astratto che miete vittime, e quando l’astratto comincia a uccidere, scriveva Camus, bisogna confrontarsi con esso, e non è mai facile.

Da Silvia, rimembri ancora (chi è il colpevole)?

(Immagine da: sharenator.com)

La Peste

Rivolta e arte

In arte, la rivolta si adempie e si perpetua nella vera creazione, non nella critica o nel commento. A sua volta, la rivoluzione può affermarsi soltanto in una civiltà, non nel terrore o nella tirannia. I due interrogativi che ormai il nostro tempo pone a una società costretta in un vicolo cieco, è possibile la creazione, è possibile la rivoluzione, ne fanno uno solo, che investe la rinascita di una  civiltà.
La rivoluzione e l’arte del ventesimo secolo sono tributarie dello stesso nichilismo e vivono nella stessa contraddizione. Esse negano quanto tuttavia affermano nel loro movimento stesso e cercano ambedue uno sbocco possibile, attraverso il terrore. La rivoluzione contemporanea crede d’inaugurare un nuovo mondo, ed è soltanto la conclusione contraddittoria del vecchio. Leggi il resto dell’articolo

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