Nel mio mestiere o arte scontrosa

Questo è un blog nonviolento: se non siete d'accordo con i contenuti per favore menatevi da soli

La lingua del trauma

deserto
È il silenzio la lingua del trauma:

La parli e tremi, freddo di sudore,
Aggrappato al respiro che tradisce,
I ricordi infetti di colpe;

Rabbioso la subisci
Nell’egoista che domina il palco
E al pubblico s’inchina,
Dopo averti umiliato e deriso;

Invano la scacci torcendoti
Verso bagliori di vite
Che senza attrito scivolano e passano,
Arsura e fame di Tantalo.

È santità dei pazzi
Scegliere il deserto.
Vagare ubriachi, privi di riposo
Se non da sfiniti.
Cogliere infine che mentre si muore
Da sempre si nasce, ancora non nati.

E incominciava la tortura

tortura cassetta

Illustrazione di Alberto Boscicchio (via)

Il maresciallo M., messo all’impiedi sulla cassetta, con una frusta piatta, un poco più stretta di due dita, mazziava nei piedi, e un altro sbirro che di tanto in tanto mi torcigliava i testicoli con le mani. Li pigliava con la mano e per farmi provare più dolore attorcigliava forte, ma siccome ero quasi soffocato dalla maschera mi pareva una salvezza il poter morire quasi, il dolore ai testicoli e ai piedi lo sentivo di meno.

Essi calcolavano il tempo e quando uno arrivava proprio all’estremità, lo sollevavano. Mi domandavano se ero deciso a parlare, e alla risposta negativa, mi rovesciavano di nuovo e rifacevano da capo le stesse cose.

Con l’acqua e sale che mi gettavano nella maschera, io non potendo respirare, inghiottivo acqua. Quando si calcolavano che uno aveva lo stomaco pieno pieno d’acqua, mi slegavano dalla cassetta e uno sbirro mi comprimeva le mani nella pancia per farmi rigettare tutta l’acqua inghiottita.
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Livida, fendesti la quercia

Assiolo

Livida, fendesti la quercia.

Con temperanza inedita
Che mesce desiderio e frustrazione;
Ne viene un colore freddo, verde
sangue di fegato,
Cola in sfregi esposti, li incendia,
Senza tracce si ritrae;
Scaltrezza notturna d’assiolo, che levatosi
Geme nascosto per il suo segreto
In attesa che il fuoco si plachi.

Distante, albeggia il rimbombo del tuono.

Da molte mattine impassibili,
Nella rugiada, fino alla tempesta,
O in sassate di giacchio, cieche e terribili;
Domata è la fiamma, la corteccia
Si rinnova, marchiata ma viva,
Fino alle radici che l’assiolo non vede.

Livida, tornasti alla quercia.

L’unica parola che dignità pronuncia

erasmus sky

immagine via

Quando avrete finito
Le vostre parole lucide e smaltate,
Gettate sui morti insepolti.

Quando avrete finito
Di mirare l’incarto confezionato,
O di pagare chi per voi lo fabbrica.

Quando sarete scesi dai pulpiti
Tronfi per la conta
Di plausi e pollici alzati.

Quando sarete infine soli
E resterà il mugghiare del vento
O il nero lucente di stelle
Sui vostri sguardi prima ubriachi.

Allora ascolterete il silenzio:
L’unica parola che dignità pronuncia,
Flebile, piangente, ossequiosa.

Due cani

sottopassaggio Fontivegge Umbria 24

Immagine via Umbria 24

(Racconto pubblicato su UmbriaNoise n° 40 del dicembre 2015)

Non era alba la sua, ma notte trascinata come bava di lumaca. C’erano i postumi a tenergli compagnia, a due ore dal treno che l’avrebbe riportato a casa. Nell’attesa, faceva la spola tra la sala d’aspetto, lo spoglio interno della stazione di provincia, la linea gialla davanti al primo binario e i bagni. Fu là che incontrò il barbone. Acqua calda e rasoio, si radeva senza schiuma, lo zaino appoggiato al muro. Lui, com’ebbe finito di sboccare la pessima idea di colazione, si lavò la faccia nel lavello accanto; quando allungò la mano verso la carta asciugamani invase lo spazio del barbone, che si scostò giocando d’anticipo, e i loro sguardi s’incrociarono. Leggi il resto dell’articolo

Otto anni fa

Nighthawks. Edward Hopper (1942)

Nighthawks (Edward Hopper, 1942)

C’è un tempo per odiare
– Il mio l’hai guadagnato –
E un tempo per amare
In cui t’ho perdonato:
Fu nel tuo corpo vinto
(Gli occhi, il terrore immobile)
Fu nel sentire il canto
Del tuo piangere flebile.

Ormai morto, pur vivo,
Giunse per me l’inciampo
Delle tue scuse là, sul limitare,
E lo specchio delle mie.
Il riflesso attraversò entrambi.

E ogni volta che l’ipocrita,
Lo smargiasso, il ladro,
L’usuraio o il parassita,
Picchiano alla porta
Per smerciare astuzie od incanti,
E mi trovano impreparato,
Io sentirò in quel tempo
– A ogni passo, per sopravanzare –
La spina al fianco che preme e si torce
E onora la memoria
Di chi si può salvare.

E se all’eco dei passi miei
Vomiteranno scorie e moltitudini
Brillanti come luci
Di cattedrali altissime, eppur vuote,
E dovessi voltarmi, sarà per dire loro
“Quand’anche grida, o piange
E strepitante confonde,
La menzogna non ha il canto”.

Ex civatiani nel Regno dei cieli

Pippo Civati Matteo Renzi

foto via

Ogni tanto, per antropologia, vado alle manifestazioni politiche: assemblee, comizi, cose così. Tanto per vedere da vicino quello che si muove, coglierne l’atmosfera, il fermento, o persino l’intrinseca natura fallimentare. Questo a prescindere dallo schieramento che organizza o dalle mie opinioni. M’è capitato per esempio con Futuro e libertà, la convention a Bastia, che a ripensarci oggi vien da ridere: ci stava tipo il sottosegretario che commosso giurava fedeltà a Fini, salvo sfilarsi qualche mese dopo. In effetti l’unica conseguenza di quella convention è che, siccome incautamente lasciai il numero di cellulare al momento di registrarsi, ogni volta che Fratelli D’Italia fa un evento in Umbria mi arriva un sms. Leggi il resto dell’articolo

Pietro Citati ti impara l’omosessualità

Oscar Wilde is very amused

Il “gay pride” secondo Pietro Citati (immagine via)

La recente vittoria in Irlanda dei “Sì” al referendum che introduce nella Costituzione i matrimoni tra persone dello stesso sesso ha posto l’Italia di fronte a quello che, agli occhi dell’Europa, assume ormai i connotati di un ritardo legislativo. Se però siete Diego Fusaro, è più corretto dire che in Irlanda la propaganda omosessualista, alleata del Capitale neoliberista e sorta dalle ceneri della sinistra edonista post-sessantottina, ha segnato una vittoria nella disgregazione della famiglia tradizionale, innalzando in Irlanda il vessillo della teoria gender [prego inserire citazione alla cazzo di Karl Marx]. Leggi il resto dell’articolo

Here comes the nepenthes

I giorni della nepenteCome anticipato in questa intervista sul blog di Las Vegas Edizioni, domani esce per Effequ I giorni della nepente, un romanzo che ho iniziato sei anni fa, quando nemmeno sapevo che ne sarebbe uscito un romanzo. In principio era il racconto di uno che scollettava e finiva abbastanza male, e a rileggerlo avevo pensato che andava raccontata anche la storia delle altre persone coinvolte, prima del fattaccio e magari anche dopo.

Le prime stesure le ho passate in lettura a persone che conoscevo e che erano in grado di darmi un parere obiettivo e professionale. Alcune hanno detto di scavare di più, altre che avevo scritto roba pubblicabile, suggerendo editori cui proporlo. Ho dato retta alle prime. Per scrivere mi sono dato un metodo, all’inizio seguito d’istinto, poi via via applicato con rigore: finita una stesura, la editavo a freddo, cercando di leggerla come il testo di un altro. Poi, raccolti pareri da lettori forti, cercavo di guardare il testo con occhi nuovi, magari lasciandolo riposare; allora partivo con un’altra stesura, riscrivendo in pratica daccapo. Ogni volta veniva fuori uno strato nuovo: la stessa storia, ma più profonda, più complessa, più densa. Insomma: a ogni stesura si aggiungeva la storia di gente che finiva abbastanza male. Leggi il resto dell’articolo

«Cominciamo con le solite, piccole cose…»

gli increati antonio moresco

«Cominciamo con le solite, piccole cose…» riprende a dire la voce, dopo un po’ «la deportazione, i treni stivati di uomini, donne e bambini, 150, 200 persone per ogni vagone, la tortura della sete, i bambini che gridano e piangono, le donne che li accarezzano, che tentano di consolarli, le persone pigiate che cercano un varco per accucciarsi, l’orrore dell’umiliazione dei corpi che svuotano i loro intestini in mezzo ad altri corpi sconosciuti fino a un momento prima, l’odore spaventoso degli escrementi e dei corpi morti nella ressa dei corpi vivi, già in preda allo scatenamento degli enzimi e all’autodigestione delle cellule, le colonie di batteri in esplosione demografica per l’enorme quantità di cibo a disposizione, fino a 20.000 persone al giorno che arrivano al campo di sterminio di Treblinka, da Polonia, Bielorussia, Cecoslovacchia, Austria, Germania, Bulgaria, Bessarabia… le donne e gli uomini rapati a zero, tutte quelle teste improvvisamente nude, scuoiate, le montagne di capelli portati via a sacchi interi, le persone ammazzate all’inizio con asce, martelli, bastoni, poi nelle camere a gas, 10 camere a gas di 7 metri per l’8 l’una, 500, 600 persone nude stivate in ogni camera a gas, 5000 gasati a ogni ondata, almeno 10.000 persone gasate ogni giorno, 300.000 gasate ogni mese, le madri che nascondono o sotterrano i propri bambini sotto gli stracci e i cadaveri per cercare di salvarli, i cani che costringono le madri con i neonati in braccio a entrare nelle camere a gas, che strappano a morsi i genitali ai bambini, le guardie che spaccano le loro teste contro i muri tenendoli per i piedini, che strappano ai morti i denti d’oro con le tenaglie, le enormi griglie su cui bruciano i cadaveri che si contorcono ancora mentre sono già nel continente dei morti, l’odore di carne umana bruciata, le urla spaventose, strazianti, all’interno delle camere, mentre le guardie cominciano a erogare il gas, guardano dagli spioncini cosa sta succedendo all’interno… Ma questo è ancora niente rispetto alla piccola cosa che voglio cercare di dire alla fine. Che cosa succedeva là dentro, in quelle agonie che duravano anche mezz’ora, tra quei corpi nudi pigiati fino a spaccarsi le ossa, che non trovavano neanche il posto per cadere a terra? Che cosa succedeva? si sono sempre chiesti i vivi dentro la morte, perché nessuno è mai tornato tra loro a raccontarlo. Perché vogliono sapere anche quello, persino quello. Vogliono arrivare fin là dentro coi loro occhi, vogliono far entrare quella che credono la loro storia anche là, persino là, vogliono strappare fino a quel punto alla morte la loro storia dentro la morte. Invece neanch’io lo racconterò. Io ero là ma non lo racconterò, non lo testimonierò. Non solo perché non si deve raccontare, non si può raccontare e testimoniare, ma anche perché questa non è più la storia dei vivi, è già la storia dei morti. Là dentro la storia dei vivi gira su se stessa, non c’è più non c’è mai stata, non ci sarà. Dicevano allora quei vivi che io facevo parte di un popolo che doveva essere eliminato perché non voleva morire. Ma di che popolo facevo parte? Di un popolo che non voleva morire o del popolo dei morti? Io faccio parte del popolo dei morti. Perché la morte non viene dopo, viene prima. La porta di cemento era già stata chiusa. Il pavimento era tutto inclinato per poter far rotolare fuori i corpi morti, alla fine. “Dove sono?” mi chiedevo mentre ero là, e vedevo intorno a me cose che non racconterò, che non testimonierò, che non profanerò. “Sono dentro la storia o sono dentro la morte?”. Tutti quei corpi nudi, tutti quei corpicini avvinghiati agli altri corpi più grandi da cui erano appena scaturiti nascendo dentro la morte… Ma non dirò più nient’altro di questo, io non farò diventare tutto questo indicibile orrore la storia dei vivi, io voglio solo provare a dire quella piccola cosa, che posso cercare di dire solo perché è già dentro il continente e la storia dei morti. Voglio provare a dire solo quella piccola cosa, in confronto alla quale tutto quello che ho detto finora è niente…»

(Antonio Moresco, Gli increati)

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