Nel mio mestiere o arte scontrosa

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L’uomo in rivolta


… le sorti del mondo non si giocano, come pare, nella lotta tra produzione borghese e produzione rivoluzionaria; esse volgeranno a uno stesso fine. Si giocano tra le forze della rivolta e quelle della rivoluzione cesarea. La rivoluzione trionfante deve, con le sue polizie, e i suoi processi e le sue scomuniche, dar prova che non esiste una natura umana. La rivolta umiliata, con le sue contraddizioni, i suoi patimenti, le sue rinnovate sconfitte e la sua firerezza inesasuta deve dare a questa natura il suo contenuto di dolore e di speranza. […] La nostra rivoluzione è un tentativo di conquistare un essere nuovo, mediante il fare, al di fuori d’ogni norma morale. Perciò si condanna a non vivere che per la storia, e nel terrore. Per essa, l’uomo non è niente se non ottiene nella storia, per amore o per forza, il consenso unanime. A questo punto preciso, il limite è oltrepassato, la rivolta tradita, dapprima, e poi logicamente assassinata, perché non ha mai affermato nel suo moto più puro se non appunto l’esistenza di un limite, e quell’essere diviso che siamo; essa non è all’origine della negazione totale di ogni essere. Al contrario, dice insieme sì e no. E’ il rifiuto di una parte dell’esistenza in nome di un’altra parte, che viene esaltata. Più quest’esaltazione è profonda, maggiormente implacabile è il rifiuto. Poi, quando nella vertigine e nel furore la rivolt apassa al tutto o niente, alla negazione di ogni essere e di ogni natura umana, allora si rinnega. Solo la negazione totale giustifica il progetto di una totalità da conquistare. Ma dall’affermazione di un limite, di una dignità e di una bellezza comuni agli uomini, deriva soltanto la necessità di estendere questo valore a tutti e a tutto e di procedere verso l’unità senza rinnegare le origini. In tal senso la rivolta, nella sua autenticità primitiva, non giustifica alcuna concezione puramente storicistica. La rivendicazione della rivolta sta nell’unità, la rivendicazione della rivoluzione storica nella totalità. La prima muove dal no che poggia sovra un sì, la seconda muove dalla negazione assoluta e si condanna a tutte le servitù per fabbricare un sì respinto al termine dei tempi. Quella è creatrice, questa nichilista. La prima è destinata a creare per essere sempre di più, la seconda forzata a produrre per sempre meglio negare. La rivoluzione storica si obbliga a fare sempre, nella speranza, continuamente delusa, di essere un giorno. Anche il consenso unanime non basterà a creare l’essere. “Obbedite” diceva Federico il Grande ai suoi sudditi. Ma, morendo: “Sono stanco di regnare su schiavi.” Per fuggire a questo assurdo destino, la rivoluzione è e sarà condannata a rinunciare ai propri princìpi, al nichilismo e al valore puramente storico, per ritrovare la fonte creatrice della rivolta. La rivoluzione, per essere creatrice, non può fare a meno di una norma, morale o metafisica, che equilibri il delirio storico. Senza dubbio, non ha che un giustificato disprezzo per la morale formale e mistificatrice che trova nella società borghese. Ma la sua follia è stata di estendere qeusto disprezzo ad ogni rivendicazione morale. Alle sue stesse origini, e nei suoi slanci più profondi, sta una norma che non è formale e che tuttavia può esserle guida. La rivolta infatti le dirà a voce sempre più alta che bisogna cercare di fare, non per cominciare un giorno ad essere, agli di un mondo ridotto all’assenso, ma in funzione di quell’essere oscuro che già si scopre nel moto d’insurrezione. Non formale né sottomessa alla storia, questa norma è quanto potremo precisare scoprendola allo stato puro, nella creazione artistica. Notiamo solo, in precedenza, che al “Mi rivolto, dunque siamo”, al “Siamo soli” della rivolta metafisica, la rivolta alle prese con la storia aggiunge che invece di uccidere e morire per produrre l’essere che non siamo, dobbiamo vivere e far vivere creare quello che siamo.

-Albert Camus, L’uomo in rivolta

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