Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Poesiucola II


Tra le macerie della città vecchia
I
Ascolto, sento (sogno?) voci e suoni,
mentre la sabbia si muove al contrario…
Tra le macerie della città vecchia
mi aggiro per chiudere il cerchio
(o fuggo dal nuovo che attende).
Odore di polvere e muschio,
cipressi che fumidi impregnano
l’errare silente tra mura
un tempo maestose e inviolabili;
non restano, adesso, che pochi,
squadrati blocchi di pietre ammassate.

II
Ricordo ed osservo, lontano, le Torri:
la Bianca e la Rossa, Regina
e Re che imperversavano il mio sguardo,
sole di argilla, luna di maree.
Oggi mi sento sovrano degli occhi
avendo pesato chi le abitava,
eppure un tremore sorprende le dita;
lo sguardo si abbassa, si flette il muscolo.
La voce si abbatte infuriando
addosso alla sabbia che scorre al contrario.

III
Ascolto, rivedo e ricordo
la donna che storpia il mio nome
dal fondo di oscura caverna:
è viva, e si aggira a sua volta
tra le macerie della città vecchia,
cercando cimeli per culti
che assolvano i gracili spettri
che infestano infanzie mai schiuse.
Le parlo, ma sbaglio, confuso,
perché tutto ormai si è dissolto
tra scelte rinchiuse nel panico
e nebbie di comode scuse.
Seguendo la voce, d’un tratto,
mi scopro davanti al suo tempio blasfemo,
dove la sabbia si arresta di colpo.

IV
Scorgo, ricordo e schivo d’istinto
il loto dai petali neri
e gli arcobaleni intrecciati,
incauti sogni di pelli artefatte.
Narcisi dolenti ricercano
in riva a fiumi di scheletri ottusi
un volto più bello e più uguale a se stesso,
e uccidono, amandosi in acqua,
gracili spettri da infanzie mai schiuse.
Un fremito gela la schiena
mentre squame di scheletri cadono in acqua
e sale il ricordo alla mente
dei giorni incoscienti trascorsi tra i fiumi;
la voce si scopre impotente
gridando alla sabbia che implode
e inchioda i dolenti Narcisi a Fanti di spade.

V
Immagino, rievoco e penso
figure limpide allo zenit,
scontrate o incrociate per caso,
vissute per scelta autentica,
e penso all’assenza, la loro assenza,
tra le macerie della città vecchia;
e penso a quei ponti, lanciati al domani
per polso fermo o per lucido istinto.
Adesso mi vedo, diverso ma uguale,
uguale ma più saggio,
più umile, ma non incolume:
E allora le mani, artefici d’ombra,
compongono immagini,
e cercano creta che plasmi nel fuoco cangiante
i giorni passati tra mura un tempo inviolabili;
e cercano il peso del vento,
l’aroma dell’acqua
e la terra, principio e destino
di sabbia che vibra d’estati, disciolti gli inverni e crollate le mura.

E vado avanti, finché il domani è sempre,
ad ogni primo giorno
di ogni vita nuova.

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