Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Leggere Foscolo e pensare a Vendola, Bertinotti & co.


L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona, non calcola se non perché sente; non sente continuamente se non perché immagina; e non può né sentire né immaginare senza passioni, illusioni ed errori. […] Quindi la verità, quantunque d’un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto, perché noi dovendo incominciare a concepirla coi sensi e a giudicarla con lì interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e sì diverse sembianze, e le sembianze di tanti accidenti, quante sono le disparità de’ climi, de’ governi, dell’educazioni e de’ nostri individuali caratteri; onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi con mente perplessa, e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. […] Or per me stimo non potersi mai volgere l’intelletto degli uomini verso le cose meno incerte e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le passioni dannose del loro cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non può farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e con la speranza dell’utilità fecondando di migliori opinioni la lor fantasia. Se dunque l’eloquenza è facoltà di persuadere, come mai potrà dipartirsi dalle umane passioni, e come la ragione e la verità staranno disgiunte dall’eloquenza? Però questa distinzione d’illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di scienziati che non sapeano rendere amabile la parola, e di letterati che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziata la sua preponderanza su la prosperità degli stati da che, abbandonando l’eloquenza, si smarrì nella metafisica; e l’eloquenza ha perduta la sua virtù e la sua dignità da che fu abbandonata dalla filosofia e manomessa dai retori. Sciagurati! Si professarono architetti di un’arte senza possedere la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell’uomo; s’eressero dittatori de’ grandi ingegni; ambirono di magnificare le minime cose, e di trasformare il falso nel vero e il vero nel falso; l’ozio, la vanità, l’avidità accrebbero la moltitudine degli scrittori; invano la natura esclamava Io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini; l’arte lusingava, insegnando a non errare, perché giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l’arte non parlò più alle passioni, perché non le sentiva; la fantasia, destituta dalle fiamme del cuore, si ritirò fredda nella memoria; destituta dal criterio, inventò mostri e chimere; e la facoltà della parola si ridusse a musica senza pensiero.

(Ugo Foscolo, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura,, orazione pronunciata circa 200 anni prima che buona parte dell’elettorato di sinistra smarrisse la differenza tra politico e/o intellettuale eloquente e retore narcisista.)

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