Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Tebe, Italia


L’intreccio dell’Edipo Re di Sofocle (1), tragedia che Giuliano Ferrara dovrebbe conoscere benissimo, è paragonabile ad una investigazione: l’ira di Apollo ha colpito la città di Tebe poiché il vecchio Re, Laio, è stato ucciso. Finché non verrà punito il colpevole, l’ira del dio imperverserà sulla città in forma di pestilenza. Edipo, in quanto Re, si assume il compito di scoprire chi ha ucciso Laio.

SACERDOTE:
Prima che tu reggessi Tebe, o re,
Laio era duce della terra e nostro.
ÈDIPO:
Lo so, l’ho udito; ma non mai l’ho visto.
CREONTE:
Apollo chiaramente ora c’impone
gli assassini punir, quali che siano.

Edipo consulta dunque Tiresia, l’indovino. E lo fa su consiglio di Creonte, suo cognato. Il coro così introduce Tiresia:

So che Tiresia ciò che vede Apollo
anch’egli vede: oh sire, chi l’interroghi,
ben chiaro può saper tutto ch’ei brami.

Tiresia è cieco, dunque vede solo con gli occhi del vaticinio (la manteia o mania apollinea). Già in questi pochi versi si può notare come la “vista” abbia un ruolo di rilievo nello svelare ciò che si annida nell’animo dei personaggi. «Non l’ho mai visto» dice Edipo di Laio, senza che però nessuno abbia alluso a questa ipotesi. Si sa, secondo il mito alla base della tragedia, che Edipo invece ha ucciso Laio tempo prima, lungo la strada per Tebe, dopo un violento litigio tra i due, che s’incrociano come viandanti, senza riconoscersi come padre e figlio. Edipo è diventato Re e marito di Giocasta (moglie di Laio e sua madre) dopo aver risolto il famoso enigma della sfinge, che dopo la morte del Re Laio minacciava i cittadini di Tebe. L’enigma è il seguente: “qual è quell’animale che al mattino cammina su quattro zampe, a mezzogiorno su due e alla sera con tre?”; la risposta è naturalmente “l’uomo” (le fasi del giorno sono le fasi della vita). La frase di Edipo «lo so», che subito specifica «l’ho udito, ma non l’ho mai visto» fa dunque pensare ad un meccanismo di negazione di un contenuto inconscio (2), ossia l’aver per l’appunto visto Laio in precedenza, salvo rimuovere l’episodio. L’uso ravvicinato di verbi legati a udito e vista aumenta questa sensazione.
Tiresia, proprio perché in realtà è stato Edipo stesso, tempo prima, ad aver ucciso Laio, e perché sa grazie ad Apollo cosa succederà, non vuole dire ciò che sa, nonostante le esortazioni di Edipo:

TIRESIA:
Ahi, ahi! Sapere quanto è duro, quando
a chi sa nulla giova! Io ben sapevo,
ed obliai. Venir qui non dovevo.
ÈDIPO:
Che c’è? Così scorato fra noi giungi?
TIRESIA:
Lasciami andare! Ci sarà più facile
compier così tu ed io la nostra sorte.
ÈDIPO:
Non parli giusto; e la città non ami
che ti nutrì, se tal responso neghi.
TIRESIA:
Inopportuno giunge il tuo discorso
anche per te: lo stesso non m’accada.
ÈDIPO:
Tu che sai, per gli Dei, non ti schermire:
c’inginocchiamo tutti innanzi a te!
TIRESIA:
E tutti siete dissennati! I mali
miei non dirò: ché i tuoi svelar dovrei!
ÈDIPO:
Che parli? Sai, ma non vuoi dire, e noi
tradir disegni, e la città distruggere!
TIRESIA:
Né te né me crucciare voglio. A che
dimandi invano? Io nulla ti dirò.
ÈDIPO:
Un cuor di pietra moveresti a sdegno,
tristo fra i tristi! Vuoi dunque parlare?
Non ti commovi? Resti inesorabile?

La reticenza di Tiresia è fraintesa da Edipo, che arriva a sospettare di lui. Il ragionamento è: siccome non mi vuoi dire ciò che sai, forse tu hai qualcosa da nascondere. L’animo di Edipo è visibilmente appassionato, la sua ira appare come una nobile volontà di giustizia. Ed ancora chiama in causa la vista, come metafora del conoscere la verità:

Io penso che il misfatto
abbia tu concepito, ed eseguito,
tranne che di tua man colpire, in tutto!
Ché se avessi la vista, io ben direi
ch’opera di te solo è questo scempio.

E Tiresia, allora, inizia a dire ciò che sa in quanto indovino. Dice esattamente ciò che noi spettatori, che conosciamo il mito, sappiamo essere successo:

…tu di Tebe sei l’empia sozzura.
[…]
TIRESIA:
Dico che tu sei l’uccisor che cerchi.
ÈDIPO:
L’oltraggio addoppi? Ah, non ti farà pro’!
TIRESIA:
Vuoi sdegnarti ancor più? Ti dico il resto?
ÈDIPO:
Fin che tu vuoi: saran parole al vento!
TIRESIA:
Coi tuoi più cari in turpe intimità
vivi, e nol sai: né il male ove sei scorgi.
ÈDIPO:
Pensi ancora insultarmi, e andarne lieto?
TIRESIA:
Certo: se pure ha qualche forza il vero.

Quando dunque uccide Laio, Edipo ha già scelto di essere cieco, così come quando giace con Giocasta, poiché ha ricevuto il responso dell’Oracolo delfico (ancora la manteia) che gli ha detto “ucciderai tuo padre e ti congiungerai con tua madre”.
La reazione di Edipo, messo da Tiresia ancora una volta di fronte al suo fato, è abbastanza moderna. Dichiara infatti l’esistenza di un complotto tra Creonte e Tiresia per farlo fuori:

ÈDIPO:
È di Creonte questa trama, o tua?
TIRESIA:
Non Creonte: sei tu la tua rovina!
ÈDIPO:
Oh ricchezza, oh potere, arte che l’arte
superi nella troppo invida vita!
Quanto livore presso voi s’accoglie,
se per questo poter, che in man mi diede
la città, né lo chiesi, ora Creonte,
il fido, il vecchio amico, occultamente
s’intrude, e vuole espellermi, e suborna
questo stregone, cucitor d’insidie,
ciurmador frodolento, che ben vede
solo nel lucro, e che nell’arte è cieco!
Tu saggio vate? Ed in che, dunque? dimmelo!

Non solo, ma nella sua tracotanza (hybris) ricorre ad una logica stringente: egli ha saputo risolvere l’enigma della sfinge che terrorizzava Tebe, e se lui ce l’ha fatto, e Tiresia no, come può Tiresia essere davvero conoscitore della verità, essere ispirato dagli dèi? In Tiresia, allora, non c’è nessuna arte, altrimenti avrebbe saputo risolvere l’enigma. Ma Edipo indaga la realtà con la sola ragione, misurandola con parametri astratti, appiattendo le cose sulla loro superficie, senza vedere la loro profondità. Si noti l’arroganza delle sue parole, l’ira e la protervia che le animano:

Dimmi, perché quand’era qui la cagna
cantatrice d’enigmi, alcuno scampo
non trovasti ai Tebani? E sì, l’enigma
non era tal che lo sciogliesse il primo
giunto! Occorreva l’arte del profeta!
Ma tu non dagli uccelli e non dai Numi
trar sapesti presagio. Invece io giunsi,
io, che nulla sapevo, Èdipo; e muta
la resi; e non il volo degli uccelli,
ma il senno mio mi fu maestro. E tu
a scacciare quest’uomo ora t’adoperi,
per la speranza di seder vicino
al soglio di Creonte? A calde lagrime
tu col complice tuo purgar dovrete
la sozzura di Tebe. E se decrepito
non ti vedessi, le torture conscio
di quanto sei ribaldo ti farebbero.

La logica di Edipo è la logica arrogante e presuntuosa dell’uomo moderno, la «ferocia della ragione», per dirla come Leopardi, di una ragione che tutto misura a proprio capriccio senza rendersi conto di quanto sia piccola: è il logos che irride il mythos poiché non riconosce validità alla sua tecnica, alla sua forma ( «[…] non il volo degli uccelli,/ ma il senno mio mi fu maestro»); è il metodo che sonda e giustifica se stesso, piuttosto che indagare la realtà accettando i propri limiti. L’enigma della sfinge, la sua vera essenza, non sta nella risposta pensata e detta, nella parola che la pronuncia, dunque nella tecnica con cui lo si affronta. L’enigma della sfinge consiste nell’accettare e vivere il mistero. La risposta completa all’enigma è nella vita. Pur avendo pronunciato la risposta, Edipo non può evitare di vivere l’enigma, non ha dominio o controllo su di esso: egli è stato animale a quattro zampe, è animale a due zampe nel presente, e sarà animale a tre zampe nel futuro. Deve dunque ancora rispondere all’enigma. Non a caso nella bellissima versione cinematografica di Pasolini dell’Edipo Re, Edipo non risolve l’enigma, ma elimina la sfinge colpendola e uccidendola. È una scena allegorica che allude, freudianamente, ad un meccanismo di negazione, tanto è vero che la sfinge chiede ad Edipo dell’enigma in lui, e questi risponde aggredendola inaspettatamente. È dunque una risoluzione solo apparente.

Tornando alla tragedia di Sofocle, la replica di Tiresia punta ancora sulla cecità del Re di Tebe:

…Tu aperti hai gli occhi,
eppur non vedi in che sciagure sei,
né dove abiti, né chi sono quelli
che vivono con te. Dimmi: sai forse
da chi sei nato? Dei tuoi cari, o vivi
sopra la terra, o già sotterra, tu
sei l’inimico, e non lo sai. Da questa
terra, col pie’ terribile, una duplice
maledizione via ti spingerà:
del padre e della madre. E tu, che vedi
ora la luce, buio sol vedrai.
Qual terra non sarà porto ai tuoi ululi,
qual Citerone non li echeggerà,
quando saprai le nozze a cui ti spinse
prospero vento in questa casa, a cui
approdar non dovevi! E la congerie
non sai degli altri mali, onde tu sei
reso pari a te stesso, e ai figli tuoi.
Ed ora su’, Creonte e il labbro mio
brutta di fango! Ché sterminio più
turpe del tuo, niun patirà degli uomini.

Questo tipo di cecità di cui Tiresia accusa in modo allusivo Edipo, è una componente dell’uomo che nella bibbia è chiamata stoltezza, ed è opposta alla sapienza. È per l’appunto la condizione di chi è cieco pur avendo gli occhi aperti. Nel vecchio testamento lo stolto più celebre è forse Nabal; nel Vangelo secondo Matteo, invece, Gesù definisce «ciechi e stolti» gli «scribi» e i «farisei».


La stoltezza è dunque un prodotto del libero arbitrio dell’uomo, una scelta. Noi scegliamo di accecarci pensando, come Edipo, che i nostri occhi vedano: addirittura questa cecità ci spinge ad argomentare con ira, e ci rende animati da un falso senso di giustizia. Per cui l’errore di Edipo, non nasce dall’ignoranza, dal non sapere, dalla mancanza di informazioni o di dati. Edipo ha tutti gli elementi per comprendere: si pensi al ragazzo che a Corinto gli ha rivelato di essere un figlio adottivo, che avrebbe potuto spingerlo a confrontarsi con i suoi potenziali genitori adottivi; si pensi all’Oracolo di Delfi, cui Edipo si rivolge per conoscere la verità, e che gli profetizza l’uccisione del padre e il congiungimento con la madre, una profezia che avrebbe quanto meno dovuto spingerlo a interrogarsi sull’identità dell’uomo ucciso lungo la strada per Tebe, o a chiedere a Giocasta se per caso avesse mai abbandonato un figlio.
Del resto, concludendo il proprio vaticinio, Tiresia chiede una sconfessione che, significativamente, non ottiene, poiché si allontana mentre Edipo rientra nella reggia:

l’uom che cercando vai, spacciando bandi
per la morte di Laio, e minacciando,
quell’uom è qui: metèco e forestiero,
ora si crede; e invece si vedrà
ch’egli è tebano: né di tal ventura
s’allegrerà: ché, da veggente fatto
cieco, da ricco povero, tentando
il suolo col bordone, andrà fuggiasco
sovra terra straniera; e si vedrà
che vive insiem coi figli suoi, fratello
e padre, insieme con la donna ond’egli
nacque, figliuolo e sposo; e ch’è del padre
suo l’assassino, e nel suo solco semina.
Entra, e rifletti a questo. E se mi cogli
ch’abbia detto menzogna, di’ che nulla
più dell’arte profetica io non so.

Più del Re vittima della propria hybris e dalla stoltezza che comporta, merita in ultimo attenzione l’atteggiamento di Giocasta, che, sentendo il racconto di Edipo e assistendolo nelle indagini, meglio di lui comprende la verità nelle parole di Tiresia, ma per proteggere se stessa e il Re stolto e cieco sceglie di perpetrare la colpa, per quanto essa sia orribile, proprio mentre il Re inizia a gettare luce sulla propria cecità. Un atteggiamento, quello di Giocasta, assai moderno e attuale. Anche Giocasta, del resto, sa che a Laio, quando Edipo era neonato, era stato predetto dall’oracolo che quel figlio lo avrebbe ucciso: è per questo motivo, infatti ,che Edipo è stato allontanato da Tebe. Anche lei, dunque, ha scelto di vivere nella stoltezza, preferendo non credere agli oracoli.
Ma nell’antica Tebe nessuno avrebbe pensato, per dire, di processare per complotto eversivo Creonte o Tiresia, o di cambiare la religione, o di legalizzare l’incesto. Nessun corifero sarebbe mai andato da Apollo a dire: “eh, ma lui non poteva saperlo, è innocente! Ha fatto un solo errore, Apollo moralista!” Era impensabile che Edipo continuasse a regnare con la scusa che “sì, ho fatto l’amore con mia madre, ma è successo a mia insaputa!”. O che Edipo cercasse di convincere i Tebani che lui e Giocasta hanno solo dormito insieme, per tutti quegli anni. Era infine impensabile che Edipo sacrificasse un innocente, accusandolo dell’uccisione di Laio, per poi magari dire “visto che la pestilenza non è cessata, allora vuol dire che gli dèi non esistono”, decidendo così di sovvertire l’ordine costituito, magari tirando in ballo le sconcezze commesse dagli dèi… Zeus per primo, si sa, era un vero maniaco sessuale. Nessuno sarebbe mai stato così stolto, di fronte alla pestilenza, di distrarre la popolazione tebana con una crociata antimoralista.
Da notare infatti come nella tragedia manchino cortigiani complici che provano a giustificare il Re. Nessun sacerdote, nella tragedia, si azzarda a dire “via, tutti abbiamo a che fare con la hybris”, o “tutti tracotanti, tutti innocenti”. Simili stolti e ciechi non erano considerati degni di comparire sulla scena, erano letteralmente osceni, oscuri. Edipo invece non lo è, ed anzi è un eroe, perché messo di fronte alla sua colpevolezza, per quanto detta colpevolezza sia orrenda, alla fine accetta la punizione: è stato cieco, dunque si acceca fisicamente.

Prende su di sé il peso della colpa che ha commesso, non cerca scuse, e tanto è più atroce e orribile la colpa, tanto più mostra di essere un eroe. Non si acceca per una colpa giudiziaria, (l’omicidio di Laio), si acceca perché comprende finalmente la portata morale della sua colpa. E la sua colpa non è neanche l’atto sessuale in sé, lo dico a beneficio dell’imperante sessuofilia che imperversa oggi, è l’essere stato cieco pur avendo avuto la possibilità di vedere: la punizione colpisce infatti gli occhi, non il membro maschile. E le conseguenze della stoltezza di Edipo, che fino a quel momento ha voluto vedere solo secondo il proprio punto di vista, hanno portato Tebe sull’orlo della catastrofe. Si sa che la stoltezza di chi governa, rispetto ad una comunità, ha delle ripercussioni un po’ più gravi di quelle che può avere la stoltezza di un contadino o di un artigiano.
Ma oggi, del resto, di fronte ad un Edipo dissoluto e folle, disposto a far morire Tebe pur di acquistare la propria innocenza, molti commettono l’errore di chiedere spiegazioni agli stolti e a ciechi che lo aiutano nell’impresa, o che si vendono al suo potere; molti insistono a chiedere le ragioni di una simile cecità e di una simile stoltezza. Ma intanto i ciechi e gli stolti, resi in apparenza potenti nel servire Edipo, aizzano la folla di Tebe contro chi vorrebbe fermare la pestilenza, che viene dissimulata dai ciechi e dagli stolti, o additata come colpa a chi vorrebbe fermarla; i ciechi e gli stolti, avendo intanto bisogno di altri ciechi e altri stolti, parlano della sessualità del Re, in modo da distogliere l’attenzione dall’omicidio di Laio e dalla pestilenza.
Oppure si commette l’errore di pensare che Giocasta, per nulla pentita, sia una povera vittima di un uomo degenere, facendone una martire e un finto eroe: e così chi ha favorito l’ascesa di Edipo prepara la propria salvezza. Eppure Giocasta, che sceglie di uccidersi quando ormai non può più nascondere la verità, non è mostrata nell’atto di punirsi (lo stesso Edipo impedisce che si veda, nel racconto del corifeo). La sua morte è oscena: rappresenta un ulteriore atto di hybris, poiché Giocasta preferisce morire piuttosto che vivere le conseguenze del proprio errore. E la colpa di Giocasta, ancora una volta, non riguarda l’atto sessuale in sé.

Concludo, a riguardo, con le parole che usa per fuorviare Edipo. Ogni volta che penso a quei genitori che offrono le «vergini al drago», penso alla stoltezza di Giocasta, la stoltezza di chi uccide le persone a sé vicine (amici, parenti, colleghi) credendo di proteggere o di fare l’altrui bene, di chi per l’appunto, trova giustificazioni nel dire “tutti sognano di commettere una simile colpa, in fondo, quindi se qualcuno la commette, non può essere accusato di nulla”:

GIOCASTA:
Che mai dovrà temere un uomo a cui
ride la sorte, se chiara scïenza
del futuro non c’è? Val meglio vivere
come ciascuno possa, alla ventura.
Non paventare le nozze materne!
Molti già dei mortali in sogno giacquero
con la lor madre. Chi non presta fede
a queste ciance, quei vive tranquillo.
[…]
GIOCASTA:
Non cercar piú, no, per gli Dei, se cara
t’è la tua vita! Il mal ch’io soffro basti!
ÈDIPO:
Fa’ cuor! Se per tre madri io discendessi
tre volte servo, sarai tu men nobile?
GIOCASTA:
Dammi ascolto, ti prego! Non far ciò!
ÈDIPO:
Non veder chiaro in tutto ciò? Non posso.
GIOCASTA:
So quel che dico! Il meglio io ti consiglio.
ÈDIPO:
Questo meglio da un pezzo il cuor mio cruccia!
GIOCASTA:
Ah! chi tu sei, mai tu non sappia, o misero!

Ecco che Giocasta si mostra perciò come colei disposta a relativizzare qualunque verità per poter assolvere qualunque colpa, affermando, nella dissoluzione etica, la legge del desiderio come legge di libertà, e la forza dei risultati (l’«[…] uomo a cui / ride la sorte […]») contro qualunque ordine superiore. Ed ecco come, nel secondo passo, quando ormai diventa impossibile fuorviare Edipo, preferisca farsi vittima purché non si conosca la verità, perpetrando così la stoltezza.

Io perciò, oggi, di fronte ad un Edipo senile e ad una schiera brulicante di Giocaste e sacerdoti corrotti, ciechi e stolti, mai e poi mai avrò compassione per quella colpa che vorrebbero far passare per virtù, o che vorrebbero scaricare sulla mia coscienza, per potervi meglio indugiare mentre me ne faccio carico. La pestilenza, ormai, è così diffusa che non serve certo un Tiresia per vedere da dove ha origine.

NOTE

(1) Si cita dalla traduzione di E. Romagnoli, reperibile a questo sito, per comodità di consultazione. Nella stesura dell’articolo si è comunque tenuto presente SOFOCLE, Antigone, Edipo Re, Edipo a Colono, a cura di F. Ferrari, Milano, Bur, 1982, con testo originale a fronte.
(2) In realtà è più opportuno parlare di represso e repressione. A riguardo, cfr. cfr. F. ORLANDO, Due letture freudiana: Fedra e il Misantropo, Torino, Einaudi, 1992, pp. 25-27 e ID., Per una teoria freudiana della letteratura, cit., pp. 24-55 e pp. 74-89.
 
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