Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Le piazze che nessuno auspica


Ho letto con molto interesse questo articolo di Claudio Velardi, che cita in apertura le “valigie blu” e le manifestazioni che si stanno organizzando.
Poiché sono rimasto colpito dalla lucida e misurata capacità di analisi di Claudio Velardi, e poiché faccio parte di Valigia blu, che è un gruppo di persone, e non Arianna Ciccone, ho deciso di rispondere.

Lei non si deve permettere di dire che chi, come me, andrà a manifestare sogna quelle piazze. Se ha problemi con Fo, Spinelli & co. li risolva personalmente, ma non tiri in mezzo i signori nessuno che andranno a manifestare, i quali non vanno lì per attaccare, vanno lì per difendere i propri diritti, a fronte dei mezzi spropositati dispiegati per lederli quotidianamente, anche quando lei decide di non scriverne.
In quelle piazze da lei citate si è pagato un prezzo in termini di vite umane, e c’è la possibilità che i processi di trasformazione in corso chiedano ulteriori tributi. A Tunisi un ambulante si è dato fuoco per disperazione, e quel gesto, così eclatante, è stato l’innesco per la rivolta, che evidentemente stava covando da molto tempo negli animi dei tunisini. Secondo lei mi sto auspicando che succeda anche qui in Italia? Secondo lei devo essere dispiaciuto, nell’apprendere che a Palermo un ambulante, Noureddine Adnane, si è dato fuoco per motivi analoghi ed è morto, per il semplice fatto che a quella morte non sono seguite rivolte?
Scrivo ciò per mostrare la fallacia abissale del suo ragionamento. Immagino abbia studiato, e che sappia cos’è una reductio ad absurdum, oltre ad un modo elegante di dire “mi sa che hai scritto una corbelleria”.
Lei, nel suo ufficio, nella sua carriera, dietro il suo mac o il suo pc forse potrà sentirsi protetto, al riparo da simili processi, ma questo non l’autorizza a trasferire la sua mancanza di empatia e il suo cinismo anche a chi, invece, vive materialmente e moralmente l’Italia come un paese in assedio. Da una parte c’è un clima asfissiante in cui molte istituzioni (e molti partiti) si sono rese fin troppo complici di un imbarbarimento che non è solo crisi economica, ma è anche, soprattutto, crisi sociale, crisi politica e di possibilità di partecipazione, di cui questa legge elettorale, che trasforma la volontà popolare in delega univoca è il sintomo più emblematico; insomma, le colpe dei Veltroni non sono esattamente quelle che si limita a dire lei.
Dall’altra parte c’è la consapevolezza, imparata studiando quella storia che lei vorrebbe insegnare a fare, che rompere questa gabbia opprimente potrebbe portare ad un incontrollabile approdo a quelle piazze. E chi sta da questa parte in molti casi, nelle decisioni che prende, si trova a decidere tra vivere, in un modo o nell’altro, o morire in silenzio: morire da precario senza possibilità di fare progetti di vita, da cassintegrato eternamente nel limbo, da lavoratore in nero senza diritti e in perenne ricatto, da licenziato in punto in bianco, da clandestino, da immigrato che è in regola quando deve pagare le tasse, e diventa “mussulmano di merda” quando parla di diritti… devo continuare?
Lei pensa che in Egitto abbiano pianificato di morire, per caso? Risponda, se ha un briciolo di onestà intellettuale. Che si siano detti: “ragazzi, oggi andiamo a morire in piazza via!”. Lei pensa che ci siano dei libici che, oggi, stanno dicendo: “che bello, ci stanno bombardando”?
Io non posso, moralmente, augurarmi che si arrivi a quelle piazze. Sarei un mostro, se lavorassi attivamente perché si arrivi a quelle piazze. E lei non si può permettere di dirlo. Io sono una persona che andrà a manifestare perché crede che l’unico modo per trovare una soluzione sia quello di stare “dentro” la storia, pur tra i dubbi e le incertezze. Perché se non si ha il coraggio di accettare tali dubbi, e tali incertezze, e di affrontarli in concreto, se si sta in disparte a risolverli, o li si dissimula praticando l’arte del sedersi dalla parte della ragione, arte in cui gente come lei è maestra (ma non quanto vorrebbe, le assicuro), il risultato è che, nel frattempo, questo paese precipiterà sempre più nel baratro, sospinto da quello tsunami nichilista che, per non spaventare i bambini, i ciechi e gli stolti, si fa chiamare “liberismo” o “berlusconismo”. Io andrò a manifestare perché non ho altro modo se non quello di assumermi la responsabilità degli errori che potrei commettere strada facendo, invece di andare alla ricerca di un posto libero dalla parte di chi ha ragione, o rimanendo a bordo strada. E le assicuro che questa responsabilità, se potessi scegliere, non me la assumerei.
E, senza offesa, non prendo lezioni di politica o di altro da persone come lei. Torni a studiare, piuttosto, perché da come scrive pare abbia o dimenticato ciò che ha studiato, o deciso che non era importante, ai fini della carriera. C’è chi sta cercando, in Italia, un modo di vivere in cui questo baratto morale non sia necessario, perché convinto che un’alternativa a questo baratto sia il presupposto per un paese migliore. In Italia esistono ancora persone che non hanno studiato perché ambivano, metaforicamente parlando, ad un ruolo paragonabile alle “narratrici” del film “Salò” di Pasolini.

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5 risposte a “Le piazze che nessuno auspica

  1. bruno febbraio 24, 2011 alle 9:28 pm

    Alla fine Velardi non ha risposto.
    Mi torna a mente quel tizio di ieri su FB che scrive: “E in generale, spesso il contraddittorio non mi interessa. Quando uno dice una cosa consistente e valida non ha bisogno di contraddittorio…”.

    • matteoplatone febbraio 24, 2011 alle 10:07 pm

      non è esattamente così, secondo me. Perché un minimo di replica, quando si tirano in ballo certi aspetti, soprattutto quando si mistificano le intenzioni delle persone poiché si ha a disposizione un pulpito da cui distribuire torti e ragioni, quella tesi di partenza resta. La replica, lasciata a se stessa, è solo un’altra tesi, un altro enunciato.
      Inoltre mi interessava portare un certo tipo di opinione in quella sede, dove per certo tipo intendo quella che, di solito, un Velardi scansa a priori nelle sue elucubrazioni.
      Io comunque, in questo periodo, vedo dilagare una sorta di ceto ‘intellettuale’ ansioso di sedersi sempre e comunque nel posto della ragione, in attesa che qualcuno, trovandoli lì seduti, offra loro qualcosa.

  2. bruno febbraio 25, 2011 alle 9:52 am

    Appunto, Velardi sa che se ti avesse risposto avrebbe messo in discussione la sua tesi. E non è quello che vuole. La replica in certi ambiti non assurge a livello di altra tesi finchè non ne ottiene dignità in qualche modo, con una replica ad esempio.
    Sull’intellettuale temo che tu abbia ragione, il problema è che in un paese dove l’analfabetismo di ritorno è ai massimi e l’interesse per le dinemiche sociali ai minimi (pensa che in tribunale il giornale più letto è il corriere dello sport), basta mettere due parole una dietro l’altra per autodefinirsi intellettuali.

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