Nel mio mestiere o arte scontrosa

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La scuola dei dittatori (2)


Qui la prima parte

Finché la situazione è buona, ognuno è convinto che certe cose nel suo paese non sono possibili; quando sopravviene il ciclone, la parola d’ordine più seguita è: si salvi chi può. La verità è che una classe politica in declino ha tutti gli acciacchi della vecchiaia, compresa la sordità. […] Non solo una classe politica in declino non ha più la forza la capacità la volontà il coraggio di servirsi dei mezzi a sua disposizione per governare e difendersi contro i nemici che l’attaccano; essa non ha più nemmeno l’intelligenza per dominare la situazione continuamentente mutevole e capire quel che succede. 

“La grandezza del capo”, ha scritto Trotzkij, “è una funzione sociale”. Il re presuppone i sudditi, il dirigente i seguaci. Giustamente i greci pensavano che non fosse il tiranno a creare i servi, ma i servi il tiranno. […] Tyrannopoiòi, facitori di tiranni, Platone chiamava i demagoghi che aiutavano ad accendere le passioni sregolate nella gioventù, e generazione “tirannica” quella che provocava il disordine morale e politico della città, facilitando il colpo di stato.

Dal momento in cui scocca la scintilla dell’identificazione del capo con la massa, il dittatore sente moltiplicare in modo vertiginoso le sue forze. L’identificazione sociale è appunto il processo discriminatorio che fa emergere l’eletto dal gregge dei chiamati. L’eletto ne esce trasfigurato. Egli perde i connotati individuali e assume quelli sognati da milioni di concittadini. Egli diventa, alla lettera, il prodotto individualizzato d’un irresistibile bisogno collettivo. Nell’attuale civiltà di massa tutte le risorse della tecnica contribuiscono all’esaltazione dell’eletto. I pochi tra i connazionali che sfuggiranno all’ipnosi e cercheranno di discuterlo e denigrarlo, ricordando le sue origini […], la sua limitata cultura, la sua vigliaccheria, la sua inadattabilità a una vita normale, faranno opera vana […].

No, il fascismo veramente non è caduto dal cielo ed esso non ha sottomesso a sé uomini liberi, ma folle già predisposte a servire dal loro modo quotidiano di vivere e già educate a ubbidire da tutte le forme della vita democratica (insegnamento scolastico, servizio militare, pratiche religiose, e anche dall’addestramento ricevuto nei sindacati e partiti d’opposizione, centralizzati e burocratizzati come il resto). […] L’esistenza nell’uomo d’una disposizione atavica alla soggezione non esclude però ch’essa possa essere superata per far posto a una coscienza libera e responsabile; ma si tratta di un fatto sgradevole alla maggior parte dei politici, i quali amano di servirsi degli uomini come di docili strumenti. E può essere un fatto penoso anche all’uomo comune, benché, se la sorte degli animali domestici non sempre è invidiabile, spesso è l’unico ripiego per vivere in pace.

Solo recentemente la democrazia ha assunto il significato generico di governo della maggioranza del popolo. Fino al 1848 esso indicava un potere politico appoggiato dalla parte povera della nazione, dai contadini dagli artigiani dai manovali dai piccoli borghesi. Il suffragio universale era considerato allora uno strumento della democrazia, non la sua essenza. I fatti hanno provato che non sempre l’allargamento del suffragio ha avuto come risultato un rafforzamento della democrazia. Né mancano esempi in cui il suffragio è stato allargato dai reazionari proprio per fiaccare la democrazia. Il numero, senza la coscienza, è zavorra servibile a tutti gli usi.

Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, pp. 36-87, Milano, Oscar Mondadori, 1995 (il sottolineato è mio)

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