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La scuola dei dittatori (3) -” La sola regola dell’aspirante dittatore è la volontà di potere”


Qui la prima parte.
Qui la seconda parte.

Nei tempi moderni la morte di una democrazia è più spesso un suicidio camuffato. La sua linfa vitale un regime di libertà dovrebbe riceverla dall’autogoverno delle istituzioni locali. Dove invece la democrazia, spinta da alcune sue tendenze deteriori, soffoca tali autonomie, non fa che divorare sé stessa. Se nella fabbrica regna l’arbitrio padronale, nel sindacato la burocrazia, nel comune e nella provincia il rappresentante del potere centrale, nelle sezioni locali dei movimenti politici il fiduciario del capo del partito, lì non si può più parlare di democrazia.

Grazie al nominalsmo politico, la cronaca dei nostri giorni s’illumina spesso d’ironia macabra. L’invio di truppe per alimentare la guerra civile in un paese amico si chiama, voi lo sapere, non-intervento. […] Gli armamenti si giustificano dappertutto col pretesto della pace; la mancanza di parola, col pretesto di difendere il proprio onore […]. La menzogna è diventata così abituale, da generare perfino noia. Non c’è da stupire se, in tali condizioni, i movimenti totalitari siano costretti a spingere la mistificazione fino agli estremi.

La sola regola dell’aspirante dittatore è la volontà di potere. Il resto, verità o menzogna, va giudicato secondo convenienza. […] L’atto di suggestionare gli altri è sovente accompagnato da effetti di autosuggestione.

Un grande attore non dimentica mai, quando recita, che si tratta di un giuoco. Solo a questa condizione egli può passare da uno stato d’animo all’altro, secondo un ritmo che spesso riassume nello spazio di un’ora una vincenda psicologica di anni. Anche per il politico è una precauzione essenziale. La sincerità politica, come la sincerità teatrale, esige un intimo distacco, una continua sorveglianza, e non va confusa con la sincerità dell’uomo comune. […] L’aspirante dittatore […] può praticare il doppio giuoco e mentire con accenti di apparente sincerità, ma avendo cura di non rimanere prigioniero delle proprie mistificazioni. Altrimenti incorre in due gravi pericoli: smarrisce la nozione del possibile e persegue miraggi irreali.

La retorica, certo, è inerente all’esercizio stesso del potere, ma l’uomo politico si distingue dal retore perché, tra l’altro, si serve anche dalla retorica, ma non si lascia da essa dirigere. […] Va da sé che il capo fascista, specialmente in un paese latino, deve sapersi servire anche della collaborazione del retore, ma stare in guardia a non lasciarsi fuorviare dalle sue parole. Le vicende di D’Annunzo del dopo-guerra rimangono un esempio da manuale scolastico sul ruolo ausiliare della retorica e sulla sua insufficienza ad assolvere una funzione dirigente. La stessa sconfitta politica dei socialisti in Europa è da rintracciare, in ultima analisi, nella preminenza che la retorica marxista durante gli ultimi decenni aveva conquistata sugli interessi degli operai. Il capo fascista è coerente, abbiamo già detto, finché non si allontana dalla via che lo può condurre al potere, anche se per ciò deve sormontare molte “incoerenze”. A suo modo il retore invece si sente coerente se non perde occasione alcuna di ben parlare.

Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, Milano, Oscar Mondadori, 1995, pp. 88-109 (il sottolineato è mio) .

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