Nel mio mestiere o arte scontrosa

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“1975” di Franz Krauspenhaar, appunti a margine


Ricordare è elemento costitutivo del romanzo 1975 -Nononostante Pasolini, e purché Buzzanca non lo sappia, al liceale piacciono le donne di Franz Krauspenhaar, romanzo in cui l’autore parla dei suoi 15 anni di liceale milanese, su cui irromperà, alla fine, la morte di Pier Paolo Pasolini.
La scrittura di Krauspenhaar testimonia l’esistenza di un prolifico rapporto tra un piano pre-verbale e a-logico, fatto di sensazioni fisiche, impulsi, impressioni, urgenze e ossessioni, e un piano verbale. Questo rapporto, alla base del processo creativo, non è lasciato fuori dalla pagina, ma, a mio avviso, è parte integrante dell’estetica e dello stile di Krauspenhaar, come ho avuto modo di notare anche in un’altra sua opera, Un viaggio con Francis Bacon [1], dove il fattore scatenante, al posto del ricordare, è il confronto con l’opera del pittore irlandese. È un rapporto che rende la scrittura di Krauspenhaar combattiva e al tempo stesso salvifica:

la letteratura, checché ne dicano gli idioti di cultura, è un’arma e un salvataggio. Spari salvandoti. Non c’è altro. Né articoli, né premi, né copie vendute. È questo l’osso ragazzi. Di questo parlo.

Cito ad esempio di questo rapporto tra due piani l’incipit di 1975, in cui da una serie di frasi tra loro spezzate, tutte interne alla sensibilità dell’autore e a qualcosa che sta provando in quel momento, prende forma la narrazione, e dall’infinito si passa al presente indicativo, da cui si palesa, in un modo comprensibile al lettore, il flusso  soggettivo (“per me”) dei pensieri:

Mantenere una disperazione tutto sommato funzionale. A quello che si scrive. Siamo tutti infelici, per me è chiaro. La felicità infatti è un prodotto dell’entertainment, come il cinema in 3D. Quanto si può essere felici? Per poco: diciamo per il tempo necessario a eiaculare dentro la donna che ami.

Questo materializzarsi della narrazione caratterizza anche l’inizio del secondo e terzo capitolo, che riporto di seguito:

Un gelo enorme. Questo ci pervadeva. Un gelo che superava l’inverno, che arrivava dritto fino all’estate.

Non studiare mai. Al massimo ripassare dove non si è studiato. Leggere mezza volta, non una riga di più. Gridare allo stadio. San Siro. Fossa dei Leoni. Il Milan si spacca in una guerra tra Rivera, l’allenatore Giagnoni che lo mette fuori squadra e noi tifosi che vorremmo mettere Giagnoni fuori combattimento magari per sempre; e Gigi Riva è ancora un giocatore del Cagliari.

Se nel secondo capitolo è un’immagine associata ad una sensazione forte ad evocare la narrazione, nel terzo ritorna il passaggio dall’infinito al presente, anche se in entrambi il piano temporale è il 1975, e non il presente in cui scrive l’autore: l’uso dell’immagine e degli infiniti testimonia però la sua presenza nella pagina, poiché proprio sulla base di questi ricordi, esplicitati come atti linguistici, riesce a proiettare nel passato la propria coscienza. L’atto linguistico è in questi casi un vettore tra la coscienza e i residui del passato, ed è importante anche quando l’opera di estrazione non riesce:

In quell’anno, il 1975, successero delle cose di cui ero a malapena a conoscenza. È passato troppo tempo, la memoria forse per quegli eventi per me non c’è mai stata.

Ricordare, provare emozioni, sono dunque nella scrittura di Krauspenhaar azioni fisiche: il binomio ‘felicità-eiaculazione nella donna amata’ citato nell’incipit non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Del resto l’apparente e gratuita scurrilità che esplode talvolta senza preavviso è un modo di manifestare questo desiderio di vita, di corpo, anche e soprattutto contro ciò che si avverte come ipocrita o come forma vuota[2] senza autencità. Ipocrita è ad esempio l’istituzione letteraria (quella degli “articoli”, dei “premi” e delle “copie vendute”), che ha reso Pasolini un’immagine di superificie e un autore buono per tutte le rivoluzioni da dichiarare, contro cui Krauspenhaar si scaglia con irriverente iconoclastia, necessaria per far emergere il vero aspetto del poeta, “genio” “disperato […] e intenso”:

È sciocca la felicità, e ancor più sciocca è la sua ricerca. Non era Pasolini che disse che la vita è uno sputo di cazzo? È questo un Pasolini apocrifo, forse, da leggenda suburbana. Eh sì, è lui, col suo enorme portato, che infelicemente grava su di noi, ancora, tagliato come nel legno della sua faccia scolpita, acre, gli occhi a feritoia di animale braccato.

E il principale legame tra il Krauspenhaar del presente e il quindicenne Kraanius è nella scrittura, avvicinata inizialmente perché il disegno “era troppo faticoso”, e nella scoperta della sua vitalità, portatrice di senso nei confronti dei propri demoni. Cito il seguente passo poiché rappresenta in modo chiaro quanto ho evidenziato finora, sia a livello semantico, sia per la capacità della lingua di operare una felice e abile sintesi tra sensazioni fisiche e immagini evocate dalle sensazioni, sintesi che nella brevità dello stile mantiene molta di quella energia che l’ha prodotta:

mi misi a scrivere perché era meno stancante. Un po’ come fanno tantissimi aspiranti scrittori credendo – o facendo finta con loro stessi di credere- che scrivere sia facile perché comodo ed economico. […] Scrivere a mano però a volte mi dà di nuovo un certo brivido, soprattutto dell’imprevisto. Quando butto giù la lista della spesa e mi viene in mente il Maasdam. Il mio formaggio preferito. Olandese come i polder e ovviamente Johann Cruijff, campione di calcio degli anni Settanta dal carattere duro, uno che veniva dal popolo. In quel caso scrivo Maasdam con una certa cura.

Ricordare è dunque elemento costitutivo, perché il meccanismo di sensazioni che mette in moto, che ha la propria parte discernibile nella parola scritta, genera i nuclei emotivi e tematici dell’opera, su cui interviene poi la sapienza stilistica dell’autore. E questa sapienza stilistica conferisce a 1975 un’autenticità di fondo paragonabile all’efficacia del pugile il cui stile è, ad ogni istante, il risultato di urgenza primitiva, economia di movimenti e vigore tesi ad uno scopo ben preciso. In tal senso, il richiamo del titolo a Buzzanca e Pasolini, che in apparenza può sembrare un ossimoro o un ammiccamento al lettore, va invece inteso come un’abilissima finta che permette a Krauspenhaar di far arrivare, con le parole, la massa pulsante del proprio sentire, all’insegna di un nichilismo che vuole essere rigenerativo:

Le ideologie sono state distrutte, anzi, si sono autodistrutte, ma la sensibilità dell’uomo può essere più pulita. Basta non cedere al materialismo puro e senza scampo, alla mancanza totale di speranza e di vera lotta.

Oggi possiamo mettere insieme Buzzanca e Pasolini, possiamo vivere di cose estreme e discordanti tra loro riuscendo a trovarne un nesso. Il nesso non è il «tutto si tiene», ma è semplicemente il cordone frastagliato che tiene a sé le esperienze umane.


[1] Un viaggio con Francis Bacon, Zona 9Volt, 2010
[2]
Non a caso un manifesto di poetica (per negazione) di Krauspenhaar è La poesia è un culo, dove dietro il titolo provocatorio si cela l’idea di una poesia che non sia rimozione attraverso lo smalto dello stile o cedimento ad un pudore ipocrita e conformistico: “E la poesia è sempre più un culo, sempre più / essa viene coperta dai vestiti, dalle fodere / che ci fanno civili, timorati, cittadini onorati.”

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