Nel mio mestiere o arte scontrosa

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New Italian Engagé (o “Del fattore kayfabe nella società contemporanea”)


I
Tendenzialmente io da piccolo stavo sul cazzo ai miei coetanei.
Crescendo la situazione in parte è migliorata: io ignoro loro, loro ignorano me, con pochissime eccezioni; nel peggiore dei casi, quando magari la cosa mi secca, me la cavo dicendo “non importa sai, c’avevo judo”.
Tendenzialmente io da piccolo stavo sul cazzo ai miei coetanei perché, per esempio, se si parlava di Babbo Natale, io dicevo “no, dai, non può esistere, scusa, io c’ho la stufa in casa, dove passa, si restringe? Poi, dai, tu scrivi la lettera a Babbo Natale, lui a Gesù Bambino, e i regali vi arrivano lo stesso?”. Se, per esempio, si parlava di Wrestling, invece, dicevo “no, dai, è finto, si vede benissimo. Cioè il ring rimbalza quando cadono, attutisce i colpi. Poi se ci fai caso ogni tanto si parlano, mormorano. E che, se ti meni con uno, gli mormori le frasi? si danno le istruzioni”.
A questi miei sagaci e fulminei squarci nel velo di Maya delle puerili credenze, di solito il gruppo reagiva con una dimanica di gruppo assai studiata dai sociologi che studiano il gruppo: mi menava.
Tendenzialmente io da piccolo ero un bambino molto solo, e molto tumefatto.

II
Ecco, prendiamo il secondo esempio, un attimo prima della violenza di gruppo: il Wrestling. Nel Wrestling esiste una cosa chiamata kayfabe, che è simile a certi meccanismi della narrazione: per la kayfabe davanti alle telecamere il wrestler buono, il face, deve essere nemico di quello cattivo, l’heel, i due non possono farsi riprendere mentre ridono o scherzano da grandi amiconi quali sono nella vita reale. Oppure Triple H non si può far vedere mentre l’arbitro gli passa la lametta con cui dovrà farsi un taglietto in fronte, fingendo così di aver ricevuto un colpo particolarmente violento. Gli incontri sono sceneggiati, ma il pubblico non deve percepire questa finzione pre-ordinata, così come, leggendo un libro o guardando un film, anche se so che è finto, io devo essere portato a crederci.
Dal minuto 5 del video, causa mossa sbagliata, si può vedere un esempio di kayfabe rotta nel match tra Sin Cara (aka Mystico) e Primo Colon. Notate il modo goffo in cui i due si attardano sul paletto, poiché Sin Cara, il wrestler mascherato, deve eseguire la sua finisher, e chiudere spettacolarmente l’incontro.

Ora, io per carità non capisco una minchia della vita, e da piccolo forse mi dovevano menare di più, o quanto meno impedire da grande, ché nel frattempo son diventato grande, l’uso di internet e l’apertura di un blog. Ciò non è successo, e allora in verità io vi dico che, quando si parla di opinione pubblica, nelle varie declinazioni in cui essa è coinvolta, il concetto di kayfabe è preponderante. Sì, come nel Wrestling, con tanto di pubblico smart (che sa di assistere ad una finzione) e pubblico mark (convinto che sia tutto vero). E’ difficile, da questa distanza, essendo io una persona molto sola e alla fin fine ignorante, capire cosa ci sia dietro la kayfabe, ma al contempo è facile notarla, sentire dentro di me quel moto originario che fa dire “no, dai…”.
Farò tre esempi, partendo da uno in ambito culturale, così da allontanare i lettori più superficiali. Prendiamo il New Italian Epic, una colossale mistificazione che, a buon diritto, Massimiliano Parente ne La casta dei Radical Chic scimmiotta chiamandolo New Italian Realism. Mica per altro, ma se esiste una cosa denominabile New Italian Epic, dovrà pur essere esistito un Old Italian Epic, e sarebbe il caso di parlarne, stabilendo nessi di continuità, discontinuità, queste cose qua. E mi viene da dire “no, dai, Wu Ming 1, c’avrai contro i baroni, però, scusa, se vai in prestigiose università estere a parlare di ‘sta roba qua, non sarai poi così sfigato. No, dai, nella premessa sembri Pansa che parla delle critiche ai suoi libri di fanta-storia, senza mai entrare nel merito delle critiche, e senza confutare le argomentazioni, ma attaccando astrattamente ad hominem. No, dai, Bachtin parlava di quelle cose là, ma le proponeva per arrivare alla effettiva natura, non per giustificare a livello epistemologico la supercazzola nella critica letteraria”.
Tuttavia in ambito culturale, dove la distanza tra conosenza e credenza è facile da giostrare, retorica imperando e spirito critico non convenendo, mi pare che una simile kayfabe regga benissimo, e allora conviene scendere più in basso, parlando per esempio di Mario Borghezio.

III
Scendendo più a terra, nei media la politica è purtroppo terreno privilegiato per la kayfabe, tanto che, quando essa viene rotta, potenzialmente è una salutare benedizione, perché la politica dovrebbe essere terreno di confronto con il reale, e non meccanismo di narrazione collettiva. Prendo due esempi di rottura, dove alla frase della kayfabe segue la sua rottura.

1) La Lega è un partito federalista e regionalista.

2) Il PD è un partito alternativo al PDL.

Ora, un problema con cui chi fa professione intellettuale, oggi, dovrebbe fare i conti, è, a mio parere di modesto ex tumefatto, la rottura della kayfabe e soprattutto la reazione ad una imprevista rottura della kayfabe, poiché quest’ultima non è poi così dissimile dalle reazioni che avvengono nel wrestilng. Cosa fanno gli addetti ai lavori, infatti? Fanno finta di nulla, lavorano per ripristinare/mantenere la kayfabe. Dati dunque questi due video, si sconfina nell’assurdo ogni qual volta, per esempio, un giornalista intervista Borghezio e parla di federalismo, senza chiedere conto del suo fascismo esplicitato, o un conduttore di talk show chiede a Violante la prossima mossa del PD contro le politiche disastrose del PDL, e resta ad ascoltarlo mentre attacca il presidente del consiglio, magari parlando di conflitto d’interessi. Perché delle due l’una: o Borghezio, uno dei principali esponenti della Lega, non è un fascista eversore, oppure va in Francia a infiltrarsi nelle riunioni di partiti fascisti. Delle due l’una: o Violante, uno dei massimi esponenti del PD, non è coinvolto insieme ai vertici del suo partito in una colossale presa in giro ai danni degli italiani, in cui si ha un partito unico al prezzo di due, oppure ha sparato minchiate in Parlamento. Ma questo, un giornalista, uno scrittore, un artista, un intellettuale, ogni qual volta si trova a dover parlare di questi argomenti, deve averlo presente. Se lo ignora volontariamente, se tace per interesse, o per paura di ritorsioni, egli è complice, mantiene attivamente la kayfabe, e lavora perché il pubblico resti credulone (ossia mark). Ora, io posso capire la paura, se si tratta di sopravvivere, ma l’interesse no, fermo restando che, da qualche parte, ogni tanto, è ora che si inizi ad essere coraggiosi. Se un intellettuale si atteggia a Promoteo che dice “sì, col cazzo che mi gioco il fegato tutti i giorni da qui all’eternità per gli umani, so’ Titano, sticazzi gli umani”, non si va da nessuna parte, e davvero si è costretti ad ammettere che l’attuale classe politica ci rispecchia in pieno.

IV
Ora io per carità non capisco una minchia e, porca puttana dico un sacco di fottute parolacce, però vorrei, a riguardo dell’ultima affermazione, fare due cazzo di esempi recenti, pure se non ho letto Sartre, Lacan e un fottio di altri cervelluti davvero in gamba.
Durante il concertone del 1° Maggio (che pur essendo per i lavoratori ha visto sul palco un sacco di pensionati), è saltato fuori che agli artisti è stata fatta firmare una liberatoria con cui si impegnavano a non parlare di referendum ed elezioni, pena una salatissima multa. Trattasi, in sostanza, di censura. E non si rischiava il carcere, o il confino, come durante quel fascismo che leggendo abbiamo imparato ad odiare, e che a parole tutti osteggiamo.
Come si sono comportati gli artisti? Gli artisti hanno firmato, hanno ragionevolmente incassato, e poi si sono lamentati. Ora, diceva Camus che l’arte deve essere rivolta (lo scrivo perché, pure se dico un sacco di parolacce, qualche libro l’ho letto), essere un “no” che nell’atto creativo afferma in quel “no” un “sì” che parla all’umanità di ciò che sta oltre l’assurdo contemporaneo. E Camus aveva ragione: ma ci fosse stato un artista disposto a salire sul palco e a dire “sticazzi la multa, ci stanno censurando, andate a votare i referendum, si parla di acqua ed energia nucleare” ecc. O semplicemente disposto a rifiutare, a dire “tenetevi i soldi, io questa porcata non la faccio”. Invece tutti gli artisti hanno mantenuto la kayfabe (niente rivolta, per chi ha letto Camus), e ne hanno creato una in un secondo momento, inscenando l’indignazione o l’impegno civile a suon di appelli, negando dei meccanismi che, nella realtà, hanno avvalorato e giustificato.

Si parla spesso del manifesto degli intellettuali antifascisti, dei professori universitari che non prestarono giuramento, si vive all’ombra del mito di un passato perfetto, però poi, mentre tutti sono distratti a contemplare il mito o a farne una bandiera d’appartenenza da sventolare contro gli ultrà della squadra avversaria, lo si tradisce per tre denari; mica trenta. Io posso capire la cassiera precaria dell’alimentari di Firenze che, porkamadoska, grazie a Renzi deve lavorare perché a giugno le scade il contratto e quindi è sotto implicito ricatto. Ascanio Celestini lo capisco un po’ meno.

Altro esempio è la Generazione TQ, che ha tenuto un incontro a Roma, venerdì scorso. Intellettuali di Trenta e Quaranta anni che sfidano la realtà, e i cattivi maestri: i buoni del Wrestling, insomma. Dei face contrapposti agli heel, i cattivi maestri.
Ora io, essendo del 1978 sono un po’ in imbarazzo a parlare di ‘sta roba, perché poi lo so che pare che critico perché non m’hanno invitato, però quel giorno c’avevo judo, quindi comunque non ci sarei potuto andare. Del resto non hanno invitato neanche Lapo Elkann, classe 1977, e nemmeno Roberto Saviano classe 1979; mancava persino il mio filosofo di riferimento, Jacopo Nacci, classe 1975.
Trattasi anche in questa circostanza di kayfabe, e devo dire che questa Generazione TQ, per continuare la metafora del Wrestling, pare una stable mica male. Tipo De-Generation X, con Triple H e Shawn Michaels.

Perché di fronte a uno Scurati, classe 1969, che dice “la nostra è una generazione di traumatizzati senza traumi”, c’è solo da dire “no, dai, ma perché parli al plurale, chi rappresenteresti? no, dai, voglio capire perché hai sostituito la lotta di classe con la lotta di target, facendone una questione generazionale, quando la maggior parte dei presenti pubblica o lavora con le principali case editrici italiane, o, nel tuo caso, va pure in televisione a professare il proprio Verbo e il proprio Complemento di Modo o Maniera; quando cioè a parlare, nel caso specifico, è il rappresentante di una elite che, per esempio, riesce indirettamente a imporre ad un Massimiliano Parente di non parlare male di lui in pubblico, mostrandosi più simile al cocco della maestra che ad un intelletuale engagé; io voglio capire se tu, che parli al plurale in teoria anche a nome mio, vivi in due in un monolocale di 44 metri quadri in fila per sei col resto di zero e ogni notte di ogni mese fatichi a prendere sonno perché non sai come cazzo farai a pagare l’affitto, e perché, quando cerchi lavoro, se mandi il CV neanche ti rispondono, mentre se il CV lo porta un tuo amico ottieni un colloquio, e allora, pure se ottieni un lavoro, sotto sotto sai che quello che sei e sai fare in questo paese non conta, rispetto a ciò che sai sembrare in base a chi conosci, sotto sotto sai che il lavoro da diritto sta diventando merce di scambio o privilegio, spartiacque tra sommersi e salvati; no dai, ma è ovvio che c’è da essere traumatizzati, conoscendo anche solo superficialmente l’argomento, perché l’Italia è laboratorio d’avanguardia per l’applicazione delle teorie economiche neoliberiste dei Chicago Boys, tanto che negli ultimi 20 anni nel nostro paese lo stato sociale è stato ridotto in sostanza al concetto ‘hai un problema? cazzi tuoi’; no dai, ma allora se vai contro la realtà e i cattivi maestri, inizierai per esempio ad occuparti di quel fascismo burocratico e neoliberista che trova il suo fondamento giuridico nella Direttiva Bolkestein, nella quale i servizi, e dunque il mercato, sono giuridicamente posti al di sopra dell’uomo? No, dai, perché capisci, saremo pure una generazione di traumatizzati senza traumi, ma così come è un servizio l’acqua, tale da poter essere privatizzato, un giorno potrà esserlo anche la lotta all’inquinamento, aprendo dunque la strada alla privatizzazione dell’aria. Capisci? No, scusa, perché io i tuoi libri non li ho mai letti, e tra l’altro, un po’ come il pizzicagnolo sotto casa tua, non capisco la maggior parte delle citazioni colte che fai, ma forse, se il problema del dibattito si risolve nella domanda che fare?, basterebbe leggersi l’ultimo capitolo di Fontamara, romanzo che forse hai tenuto poco in considerazione perché i protagonisti sono contadini ignoranti, pure se principalmente tra i Trenta e i Quaranta, e una volta letto, rendersi conto che il problema non è la domanda in sé o la formulazione della risposta, il problema è quanto si è disposti a mettere in gioco, il problema è che non si parla di fare l’ennesima rivista on-line, o chissà cosa, si parla, nel tuo caso, di essere disposto a rinunciare alla trasmissioncina Rai, al gettoncino di presenza ben retribuito eccetera, essere disposto a rinunciare a tutto nella consapevolezza orribile e vertiginosa che potrebbe rivelarsi un sacrifico inutile. No dai, io ti capisco, molto meglio la kayfabe, ma chi te lo fa fare di romperla? Anzi, cortesemente, non è che ti serve un collaboratore, uno schiavetto, un ghost writer, qualcosa del genere? Conosco un paio di tizi che erano là, venerdì, casomai lascio il CV a loro? No, eh? vabbè, non importa, tanto c’avevo judo”.

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5 risposte a “New Italian Engagé (o “Del fattore kayfabe nella società contemporanea”)

  1. enpi maggio 4, 2011 alle 3:24 pm

    cioè davvero credevano a babbo natale, e che il wrestling fosse “reale”? :D

    • matteoplatone maggio 4, 2011 alle 3:56 pm

      Nun me rompe la kayfabe! :D
      a parte i giochi di parole, hai mai letto qualche forum di wrestling, dove ogni tanto si trova l’ottenne che parla di Undertaker credendo che sia davvero immortale? è un genere di involontaria letteratura d’appendice che va indagato, secondo me, soprattutto fuori dai forum di wrestling e oltre gli otto anni.

  2. enpi maggio 5, 2011 alle 1:06 pm

    eh, Mat, ma quelli sono americani, dei creduloni che credono a tutto: Bin Laden, armi di distruzione di massa in mano a Saddam, che MJ fosse un umano ecc.

  3. Alearge luglio 27, 2011 alle 1:07 pm

    Com’era la storia ? … tu indichi la luna e te li trovi tutti li a guradare il dito!!

    Sono dieci anni che le notizie sono sparite dagli orizzonti, Hano ucciso anche la mitica BBC!

    il velo di Maya non e’ mai stato tanto avvolgente ed ipnotico come adesso da quando son nato (e sono nato prima di Undertaker).
    Ragazzi, via il prosciutto dagli occhi, stropicciatevieli bene e rimbocchatevi le maniche (sempre pronto ad esservi accanto, se mi ci volete,) ma datevi da fare, il futuro e’ vostro ma prima va strappato da mani rapaci con la forza della VERITA’

  4. Sasuke agosto 5, 2011 alle 2:13 pm

    Bè Scurati magari no, ma diversi TQ anche famosi, conoscendo cosa significa lavorare nell’editoria, probabilmente con l’affitto hanno i tuoi stessi problemi.
    (E poi, su Scurati, andando su Anobii e applicando la formula Anobii –– persone che hanno un libro x 25 = venduto di quel libro –– si scopre che anche se fa un po’ il ras del quartiere non naviga certo nell’oro.

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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