Nel mio mestiere o arte scontrosa

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“Hitler”, di Giuseppe Genna: la necessità del sacro e dell’osceno


I
Con Hitler Genna affronta il cuore gelido e nero del novecento, convinto che la letteratura, ove si pretenda assoluta, compia un errore analogo a quello della tecnica. Di fronte ad Hitler, di fronte alla realtà di orrore che si è materializzata e dipanata attorno a lui, oscena è l’invenzione, oscena è la mimesi emotiva, poiché quest’ultima può soltanto, di fronte ad un orrore che non si è esperito, basarsi solo sull’immaginario, sull’illusione sentimentale (essendo impossibile quella patetica) facendosi dunque negazione della realtà che rafforza quella realtà; in questa visione, dunque, un film come La vita è bella è osceno.
Genna recupera e si confronta con la lezione di Primo Levi sull’Olocausto, cerca e trova un modo per sottrarre quella lezione al pericolo della relativismo di cui si nutrono revisionismi e negazionismi, perfettamente consapevole che il modo in cui si trasmette il messaggio, in questo caso, è il messaggio; consapevole che è necessario trovare modi per trasmetterlo, poiché l’erodere del tempo, il venire meno delle testimonianze dirette e vive, gioca in favore della ferocia priva di empatia. È una eredità grave, ma con cui la letteratura e, oltre il suo centro irradiante, la società, deve fare i conti, e ciò in Hitler avviene fin dall’esordio, con un rovesciamento di senso delle parole di Primo Levi, che chiamano in causa quel preciso orrore, quel preciso pericolo: «Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo», scrive Genna, riferendosi ad Adolf Hitler.
Questa ferocia, di cui Hitler è forza centripeta, nel romanzo è incarnata dal mito di Fenrir, il lupo nordico del Ragnarok, che attende gli dei alla fine dell’unità cosmica e sull’abisso del nulla, una volta che essa sarà infranta. Il mythos, che è forma dell’idea, ma non è sua spiegazione, non essendo logos pone tra soggetto e oggetto un mistero che deve essere accettato come parte della comunicazione. Non a caso Genna usa la dicitura «romanzo» per marcare questo tratto dell’opera, e quando fa riferimento a Hitler, lo appella «non-persona», «sempre uguale». Questa negazione del divenire umano di Adolf Hitler all’ombra della figura mitologica di Fenrir si accompagna inoltre al concetto di inizio e fine compresenti: «È e continua a essere lo zero. Non inventa nulla. Mistifica a partire dal nulla»; «Per Adolf Hitler l’inizio è sempre, ovunque». Dal punto di vista della Inventio, dunque, Genna si attiene scrupolosamente a fatti storici, chiude gli spazi ad una invenzione tout court; mancando l’esperienza diretta, come nel caso di Levi, si affida a ciò che gli va più vicino con uno scrupoloso lavoro di ricostruzione. La scrittura (il soggettivo) si concentra dunque nella dispositio e nella elocutio.

II
L’io narrante palesa con frequenza e stile rilevanti i tratti di una guida che conduce i lettori in una regione infera, evocata a partire dalle testimonianze, regione in cui bisogna essere pronti ad abbandonare le regole quotidiane del mondo diurno, non bisogna capire, cercare la spiegazione, porsi il perché: si cadrebbe in ciò che Hillman chiama «errore del diurno», poiché in una regione infera (sogno, o, metafisicamente, nella terra dei morti) la soluzione dell’enigma, come detto, è nella percorrenza. È un paesaggio infero costruito da spazi stretti che mutano a grande velocità, e questi spazi sono naturalmente i brevi capitoli che formano l’opera. Sono frequenti gli interventi del narratore-guida affinché si rifugga dal cercare spiegazioni, o dall’immedesimazione emotiva (mimesi), interventi che pongono una distanza tra gli oggetti, le situazioni e i lettori, i vivi:

Tutto inizia qui.
No: è già iniziato.
Ad ogni attimo inizia.

Così è osceno pensare che Hitler, araldo di Fenris, sia per esempio il prodotto di traumi infantili, e questa tentazione è puntualmente scacciata:

…la cinghia si abbatte sul bambino, come si abbatte su tutti i bambini in questi anni umani che preludono ai disastri.
La cinghia non fa la differenza.

Andava nelle osterie a recuperare Alois ubraico, lo trascinava a casa, se lo appoggiava addosso –come tutti gli altri bambini, del resto.
Il trauma non fa la differenza.

Lara, sua madre, sta morendo. Adolf deve tornare immediatamente.
La madre farebbe la differenza.
La non-persona non ammette differenze.

Solo il mythos può trasmettere il senso di questa infanzia, la “non-origine” della «non-persona». Emblematica è la morte del padre, in cui il narratore-guida rifugge il logos e mostra la presenza di Fenris:

Entra, vede suo padre senza vita sulla panca. Il ragazzo piange. Gli si fanno incontro, lo abbracciano, gli battono sulle spalle curve.
Mentre piange, sul bancone dell’osteria vede il lupo Fenrir: stringe tra le zanne la testa decapitata di suo padre Alois.
Il padre non fa la differenza.
Il padre non spiega nulla.

Le continue esortazioni del narratore-guida, che spesso ricorre all’uso dell’imperativo plurale, oltre che a ribadire il senso di viaggio, essendo frequentemente legate a verbi ed azioni sensoriali (vista e udito) sono funzionali all’ethos del romanzo, che vuole essere monito scolpito nella coscienza dei vivi attraverso un viaggio in una terra e in una lingua che appartengono ai morti, monito a non sottovalutare Fenrir, la fine che attende oltre il rimosso della storia:

Non sottovalutate quest’uomo.
L’errore comune è: sottovalutarlo. Lui fa surfing sull’onda della sottovalutazione altrui. Prende lo slancio. Quando si scatena, cadono teste, scorre sangue. Si impari da ora questa lezione.
Gli hanno distrutto il partito, come tarli hanno ròso le gambe del suo trono daro, hanno fatto a meno di lui e hanno ritenuto che fosse secondario, passato, dimenticabile: lo hanno sottovalutato.
Sottovalutate il lupo: vi troverete divorati.

In ultimo, sottolineo due altri aspetti di Hitler. Il primo è l’uso di verbi che indicano la rottura di ritmo e ordine nel movimento, per descrivere l’azione di Adolf Hitler nella storia: “esorbitare”, “esondare”, “accelerare”. Sono verbi che esprimono tracotanza, hybris di fronte alle leggi (umane o divine). Ma Hitler, ovviamente, non è un eroe, né certamente un agnello sacrificale la cui morte può far vivere l’esperienza di una catarsi. Eppure c’è un senso di tragedia, che percorre l’opera, e ciò rimanda al secondo aspetto. C’è catarsi in Hitler, ma non la catarsi che ci si può aspettare. È una purificazione assai temporanea delle nostre categorie cognitive, non delle nostre emozioni, ed è una purificazione che non redime e non salva, poiché avviene nel «senzatempo» al cospetto dei «Santi» (gli ebrei sterminati) e di quel Fenrir di cui Hitler, una volta morto, non può più essere araldo in terra. È una purificazione che però ci permette il contatto con il senso del sacro e dell’osceno, e ci dona la possibilità di essere «persone», la rivela nel nostro orizzonte:

Chiede: «Cosa sono?»
«I Santissimi.»
«Chi sono i Santissimi?»
«Gli ebrei sterminati da te. Tu li hai sterminati.»

È una purificazione che chiama a riconoscere e non sottovalutare l’osceno in fenomeni quali il negazionismo, in cui questo senso viene meno, e il sacro e l’osceno sono sullo stesso piano; in questa esorbitazione, che infrange leggi rimosse dalla modernità, si concreta il nichilismo che nutre Fenrir e avvicina il suo avvento. Non a caso Genna fa usare a Hitler un’argomentazione tipica del negazionismo, una vera e propria astuzia della ragione:

«Io non ho firmato nulla! Non esiste un documento scritto che attesti che io…»
«Andiamo verso di loro. Dobbiamo andare da loro.»

È oltre questa astuzia che si consuma l’innalzamento dei Santissimi, e lo sprofondare di Hitler nel baratro, divorato da Fenrir.
Ed è solo attraverso questo recupero di senso che la letteratura può affrontare certi temi. Cito, in conclusione, la preghiera del narratore-guida alle vittime dell’Olocausto, in cui il senso di sacro e di indicibile sono compresenti, così come si palesa lo statuto del narratore-guida che, in questa preghiera, rivela di non essere deus ex machina:

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminio, di ineffabile orrore.
Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri.
Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.
Voi a cui porto una diversa preghiera.
Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza.
Non la visione: la testimonianza.
Non muti, continuate a parlare.

E i bambini…

Vittime, voi, dell’impunità di una storia che continua, a cui si tenta di opporre arte e memoria, incluse queste parole, sapete che letteratura non redime, le sentenze non redimono.
Sostenete queste mani, questa mente.

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2 risposte a ““Hitler”, di Giuseppe Genna: la necessità del sacro e dell’osceno

  1. Giuseppe Genna novembre 28, 2012 alle 8:09 pm

    Sono totalmente allibito in quanto totalmente intercettato, perlomeno nelle premesse e nelle intenzioni, mentre l’esito “letterario” è demandato alle letture. Davvero: grazie.

    • matteoplatone dicembre 2, 2012 alle 6:04 pm

      Felice (un po’ inorgoglito, anche, via… ) di averti intercettato, nel recensire libri ho sempre il timore di non riuscire a farlo, di non andare dalle periferie dello stile verso i centri dell’opera, quindi quando accade sento di aver operato bene.

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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