Nel mio mestiere o arte scontrosa

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“Ancora un secolo di lettori, e sarà putredine lo stesso spirito”


«Eccoli – disse al suo cuore – essi ridono: essi non mi comprendono, io non sono bocca per queste orecchie.
Bisogna dunque prima spezzar loro le orecchie affinché imparino ad intende eco gli occhi? Bisogna far dello strepito come i cembali e come i predicatori di penitenza? Oppure non credono che a chi balbetta?
Essi hanno qualcosa della quale vanno superbi. Come chiamano la cosa che li rende superbi? La chiamano cultura: essa li distingue dai pastori di capre.
Perciò odono malvolentieri la parola «disprezzo» detta per loro. Voglio dunque parlare al loro orgoglio.
Voglio dunque pararl loro di ciò che è più spregevole: cioè dell’ultimo uomo».
E così parlò Zarathustra al popolo: «È tempo che l’uomo si ponga uno scopo. È tempo che l’uomo pianti il seme della sua più alta speranza.
Il suo terreno è ancora abbastanza ricco per questo Ma questo terreno diverrà un giorno povero e sterile e nessun albero vigoroso potrà più crescervi.
Ahimé! Viene il tempo nel quale l’uomo non getterà più al di là degli uomini il dardo del suo desiderio, e la corda del suo arco più non saprà vibrare.

 

«Di quanto fu scritto amo soltanto ciò che fu scritto col proprio sangue. Scrivi col sangue: e imparerai che il sangue è spirito.
Non è facile comprendere il sangue degli altri: odio gli oziosi che leggono.
Chi conosce il lettore non farà mai più nulla per lui.
Ancora un secolo di lettori, e sarà putredine lo stesso spirito.
Il fatto che tutti i possano imparare a leggere, guasta, con l’andar del tempo, non soltanto lo scrivere, ma anche il pensare.
Una volta lo spirito era Dio, poi si fece uomo, e adesso sta diventando plebe.
Chi scrisse col sangue e per aforismi non vuole essere letto, ma imparato a memoria.
In montagna il sentiero più breve è quello di culmine in culmine: ma ci vogliono buone gambe per seguirlo. Gli aforismi devono essere culmini: e quelli a cui son rivolti, uomini grandi e alti.
L’aria rarefatta e pura, il pericolo vicino, e lo spirito avvivato da una gioconda malizia: son cose che stanno bene insieme.
Io non sento più come voi: questa nube che vedo ai miei piedi, questa cosa oscura e pesante della quale io rido, è per voi nube di tempesta.
Voi guardate in alto quando volete innalzarvi. Ed io guardo in basso, perché sono già in alto.
Chi di voi sa ad un tempo ridere ed essere in alto?
Chi è salito sui monti più alti, ride di tutte le tragedie e di tutte le commedie.
Coraggiosi, incuranti, beffardi, violenti: così ci vuol la sapienza; essa è donna ed ama sempre soltanto i guerrieri.
Voi mi dite: «La vita è pesante da portare». Ma a che scopo avreste, allora, il vostro orgoglio la mattina, e la vostra rassegnazione la sera?
La vita è pensate da portare: ma non siate dunque così delicati! Noi, tutti insieme, siamo asini e asine da soma.
Che cosa abbiamo noi di comune col bocciolo di rosa, che trema perché oppresso da una goccia di rugiada? È vero: amiamo la vita non già perché assuefatti alla vita, ma perché avvezzi ad amare.

Friedrick Nietzsche, Così parlò Zarathustra

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