Nel mio mestiere o arte scontrosa

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La benignità del male


Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo.

Primo Levi, La chiave a stella

Benigni in questo video stravolge completamente la citazione di Primo Levi* e, nello stravolgerla, fa un discorso falso e pericolosissimo. Primo Levi parla di “migliore approssimazione alla felicità”. A Benigni forse questa frase non piaceva, perciò ha deciso di cambiarla. Ma, nel cambiarla, chi lo ha ascoltato ha pensato che anche la frase cambiata fosse parte del pensiero di Primo Levi: non c’è nessun cambio nel tono di voce di Benigni che suggerisca uno stacco tra la citazione, così com’era, e il suo discorso; se anche fosse, la citazione, riportata solo nella prima parte, è incompleta e fuorviante.
In ciò Benigni ha compiuto una sostituzione di significati che, di per sé, costituisce una falsificazione del pensiero di Primo Levi: parlando di lavoro e dell’autore di Se questo è un uomo ciò equivale a un’operazione scelleratissima. Riporto ancora le due frasi in dettaglio, facendo notare che Benigni usa l’indicativo: parla al presente, non usa il condizionale, quindi il suo discorso si riferisce alla realtà così com’è, senza mediazione di concetti o di linguaggio rispetto all’ideale. Primo Levi invece parla di un ideale confrontato con la realtà concreta; usa il presente sì, ma usa anche l’espressione “migliore approssimazione concreta” ed esplicita il fatto che, oggi come oggi, nella realtà amare il proprio lavoro è “purtroppo un privilegio di pochi“; anche Benigni usa quest’ultima frase, ma subito dopo la fa seguire da un’avversativa, attenuandone il valore. Perciò Benigni sovrappone un falso ideale –l’amore indifferenziato e acritico per il lavoro (che nelle parole di Levi non c’è)- al reale –il mondo del lavoro in Italia, oggi-, e lo fa giocando sia sull’ambiguità di questa sovrapposizione, sia su una falsa citazione da Primo Levi che dà autorevolezza a questa ambiguità, sgombrando dal campo ogni elemento sociale (dimensione invece importantissima in questo delicata fase storica).

Primo Levi:

amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra

Roberto Benigni:

amare il proprio, che è un privilegio che purtroppo ancora oggi è concesso a pochi, ma amare il proprio lavoro è la sola e più grande, vera e concreta felicità che sia data di conoscere sulla terra

A me sembra che, quando Primo Levi parla di come sia più utile e meno costoso dare medaglie nelle cerimonie ufficiali, parli di gente come Benigni.

* QUI La versione integrale, dove, al minuto 9, Benigni nomina esplicitamente Primo Levi.

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12 risposte a “La benignità del male

  1. Matteo Bottecchia giugno 19, 2011 alle 11:46 pm

    Ho cercato di pesare il senso delle parole, certamente con meno competenza di come puoi tu. Mi pare che quello che si può contestare a Benigni sia di aver riportato in maniera scorretta il concetto di felicità di Primo Levi.
    Se per quest’ultimo è un ideale al quale ci si può soltanto avvicinare (senza mai coincidervi), Benigni veicola l’idea che la felicità stia nel (o sia il) concreto amare il proprio lavoro.
    Mi sembra però che di fondo il concetto espresso sia, se non identico, almeno molto affine. Soltanto, Primo Levi non cade nella contraddizione insita nelle parole di Benigni: se la felicità coincide con l’amare il proprio lavoro, non si spiega come possano esservi quei “momenti straordinari davvero prodigiosi” che ancor di più sono concretizzazione della felicità. Doveva, Benigni, usare eventualmente un condizionale e avrebbe così ottenuto un effetto simile al riferimento alla distanza dall’ideale di felicità espresso da Primo Levi. Quindi avrebbe potuto dire: esclusi quei momenti… amare il proprio lavoro sarebbe la sola e più grande, vera e concreta felicità…
    Non ritrovo “l’amore indifferenziato e acritico per il lavoro” che tu dici emergere dalle parole di Benigni, o meglio non lo ritrovo nella citazione manomessa. Quest’idea piuttosto è espressa nel prosieguo del discorso quando afferma (e mi sembra evidente che la citazione sia conclusa):
    “amare il proprio lavoro dovrebbe essere proprio ciò che dobbiamo fare per i nostri figli, dovrebbe essere la base su cui fondare la nostra futura società, amare il nostro lavoro con quella coscienza orgogliosa di essere utili, quella è una cosa straordinaria”
    Penso però che anche citando correttamente Primo Levi, Benigni avrebbe potuto agganciare in coda queste parole perchè, dell’estratto dell’autore ebreo, lui utilizza grossolanamente il fatto che “l’amore per il lavoro” sia accostato alla “felicità” (poco importa se concreta, concretizzabile, o solo ideale) in senso convergente.

    Ora, per tutte le cazzate che ho detto colpisci pure, ma non con troppa virulenza che sono una persona sensibile :-)

  2. matteoplatone giugno 20, 2011 alle 12:52 pm

    Dai, così mi fai cattivo, però! :D
    Dunque:
    1) non capisco perché un “comico” abbia questo statuto speciale, per cui può essere superficiale o cannare le citazioni. Oltre tutto qui Benigni fa un’orazione, non fa un monologo comico. Ricorre, sbagliandolo, ad un “argumentum ad verecundiam”. Quindi, da un punto di vista retorico, il suo è un errore grossolano.
    2) Il pensiero di Levi (ed è un pensiero che si è formato, inevitabilmente, attraverso l’Olocausto) è che non esista la felicità sulla terra. Come dici tu, Benigni è differente:

    “Se per quest’ultimo è un ideale al quale ci si può soltanto avvicinare (senza mai coincidervi), Benigni veicola l’idea che la felicità stia nel (o sia il) concreto amare il proprio lavoro.”

    Ora “lavoro”, però, è una parola molto ambigua e complessa, specie al giorno d’oggi, è una parola che va contestualizzata; dare ad essa un significato puramente emotivo, superficiale, è di per sé un atto politico. Pensa all’articolo 1 della Costituzione: qual è esattamente il lavoro su cui è fondata la nostra Repubblica? qualunque? Ma se il mio lavoro, per esempio, è costruire armi, e dunque il mio lavoro porta alla morte di persone, io devo amare QUESTO particolare lavoro o è giusto che entri in conflitto con esso? Se questo mio diritto, messo in pratica, diviene una maschera che rivesta la mia morte, o quella altrui, come lo si colloca, all’interno del discorso? “Il lavoro rende liberi”, scusa l’esempio estremo, era la sadica e grottesca scritta sui cancelli di Auschwitz.
    Levi dà conto di questa complessità, e io dico che Benigni è acritico proprio perché, se si considera la parte oltre la citazione, Levi fa una lunga specificazione. Capisce perché le persone possono odiare il “lavoro” all’interno del sistema produttivo , ma dice che il “lavoro” è una attività dell’uomo (chiamiamola una “santa fatica”), e quindi odiare il lavoro come attività dell’uomo è un errore (“esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero”). Ecco, Benigni, in una trasmissione che celebrava la FIOM, ha praticamente omesso, anacquandolo nel sentimentale (ma il sentimentale non è una categoria politica) la lotta di classe, con la involontaria collaborazione di Primo Levi.

  3. acquacontrocorrente settembre 26, 2011 alle 2:19 pm

    Perché meravigliarsi? Benigni è abituato alle mistificazioni del pensiero altrui: il suo Tutto Dante è pieno di esempi grossolani di manipolazione, dovuti probabilmente “all’ignoranza di cui vergognarsi”. Provate a leggere il Saggio “O Dante o Benigni”, pubblicato in questi giorni dall’Editore Arduino Sacco di Roma (http://www.arduinosacco.it/product.php?id_product=666; http://dettaglitv.com/?p=5940) e ne avrete la piena dimostrazione.

  4. TSK ottobre 18, 2011 alle 2:08 pm

    Porelli… Così felici di aver trovato un altro idiota che la pensa come loro, che si convincono ancora di più che la propria opinione bacata sia la Verità assoluta… Beati gl’ignoranti, perché non si rendono nemmeno conto di quanto essi siano ridicoli e delle colossali figure che fanno, anche grazie alla loro arroganza! Poracci…

    • acquacontrocorrente ottobre 18, 2011 alle 2:56 pm

      Per caso, TSK, hai spedito a te stesso questa “dotta” lettera? Se fossi pieno di quella conoscenza che cerchi di ostentare, ti saresti accorto da tanto tempo delle sciocchezze che va seminando Benigni in materia di Letteratura, di Filosofia, di Teologia, di Storia,,, ma probabilmente non sei in grado di avvedertene.

      • TSK ottobre 21, 2011 alle 7:38 pm

        Urca… Che efficienza! Lo stesso giorno, un’ora dopo che scrivo io, ti fiondi qui a rispondermi, a dirmi quel che merito, io misero mortale che non posso competere con la verità rivelata da Dio in Terra (seee, dei miei stivali)! Rispondi sinceramente: ma almeno ti pagano?Perché non voglio credere, davvero, che un essere umano possa passare le giornate a controllare tutti i siti dove ha spammato il suo odio irrazionale SOLO per il gusto di farlo, o spinto dall’invidia o dal rancore o non so che altra cretineria… No, dai: ci dev’essere un motivo diverso… Potrei capire qualcuno che lo fa per guadagnarci qualcosa, sì, questo lo riterrei perlomeno normale, ma mi fa troppa tristezza che qualcuno lo faccia “gratuitamente” e “deliberatamente”. Soprattutto se quel qualcuno pensa di far valere le proprie ragioni (anzi, fare delle proprie opinioni verità) sfoggiando un linguaggio forbito e disprezzando al contempo chi non la pensa come lui (che, pensa un po’, non è solo la gran parte dell’opinione pubblica, di cui anch’io faccio parte, ma addirittura la pressoché totalità della critica, il cui pensiero evidentemente non è attendibile né tampoco autorevole quanto quello di Dio in Terra (dei miei stivali), fra cui chi gli ha assegnato un Oscar e lauree ad honorem). Se non lo trovassi inopportuno in quanto denoterebbe mancanza di tatto, mi verrebbe da ridere al sol pensiero di una persona del genere, a voi no? Dai, non ti serbo rancore, sarei troppo cattivo ad infierire con un povero mentecatto del genere, ti do solo un consiglio: beviti una camomilla, così oltre a placare un po’ il tuo odio ti addolcirà pure la bocca da quell’amaro sapore di bile in gola ^_^

      • matteoplatone ottobre 21, 2011 alle 7:40 pm

        Gentilmente non usate il mio blog per litigare tra voi, grazie.

      • acquacontrocorrente ottobre 22, 2011 alle 4:49 am

        Gentilissimo Matteo Platone, intanto la ringrazio per avere ospitato i miei commenti. Se il mio tono le è parso litigioso, me ne scuso: non me ne ero avveduto. Forse il modo del mio interlocutore lo è, in quanto tendenzialmente offensivo, ma io non ho mai replicato con ingiurie. Comunque accolgo l’invito e pongo fine alla diatriba.

      • TSK ottobre 22, 2011 alle 9:15 am

        …la quale, infatti, può continuare sull’altro sito dove hai risposto alle 5 antimeridiane…

  5. matteoplatone ottobre 22, 2011 alle 9:18 am

    Grazie :D

  6. Angelo Urfalino dicembre 22, 2012 alle 6:35 pm

    Ricordo male, o no? Benigni tenne questo discorso alla Biennale della Democrazia, a Torino?
    Ciao Matteo
    Angelo

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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