Nel mio mestiere o arte scontrosa

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I sommersi e i salvati


Si riproduceva così, all’interno dei Lager, in scala più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall’alto, ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo «quasi» è importante: non è mai esistito uno Stato che fosse realmente «totalitario» sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all’arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel Terzo Reich né nell’Unione Sovietica di Stalin: nell’uno e nell’altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l’opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità e giustizia che dieci o vent’anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è avido: come vi aspirassero anche individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica; e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.

[…] la stessa società capitalistica è intelligente quanto basta per capire che […] il suo profitto coincide ampiamente con il rendimento del «lavoratore ospite», e quindi con il suo benessere o il suo inserimento. Gli si concede di portarsi dietro la famiglia, cioè un pezzo di patria; gli si trova, bene o male, un alloggio; può (talvolta deve) frequentare scuole di lingua. Il sordomuto sbarcato dal treno viene aiutato, forse senza amore, non senza efficienza, e in breve riacquista la parola.

Sul lavoro nei Lager si è scritto molto; io stesso l’ho descritto a suo tempo. Il lavoro non retribuito, cioè schiavistico, era uno dei tre scopi del sistema concentrazionario; gli altri due erano l’eliminazione degli avversari politici e lo sterminio delle cosiddette razze inferiori. Sia detto per inciso: il regime concentrazionario sovietico differiva da quello nazista essenzialmente per la mancanza del terzo termine e per il prevalere del primo.

[…] ho appreso che il Lager di Monowitz, benché dipendesse da Auschwitz, era di proprietà della IG-Farbenindustrie, era insomma un Lager privato; e gli industriali tedeschi, un po’ meno miopi dei capi nazisti, si rendevano conto che gli specialisti, di cui io facevo parte dopo aver superato l’esame di chimica a cui ero stato sottoposto, non erano facilmente sostituibili.

(Primo Levi, I sommersi e i salvati)

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