Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Babbo, babbo, sono in tivù! (ermeneutica postmoderna /3)


Da Ricostruire la domanda di Luca Sofri. Sotto le citazioni la traduzione.

La puntata speciale di ieri sera di Agorà dedicata a Steve Jobs, in prima serata, ha fatto il 4,15 di share, dato molto basso: ieri sera solo una cosa su Retequattro ha fatto poco meno, e su Raitre nessuna prima serata aveva fatto così poco da settimane.

Dov’eravate, eh, eh? a guardare Formigli che intervistava Fini? FI-NI? Ve lo meritate Italo Bocchino, ve lo meritate!

Io sono stato ospite in collegamento da Milano per metà della serata, ma non attribuirei a questo il debole risultato, su cui ho invece un’idea.

Ah Formigli aveva la Borromeo in collegamento dagli Stati Uniti? Ma noi avevamo la Innocenzi in studio, cambia solo lo sfondo, no?

Io penso che una serie di fattori, riconducibili tutti alle responsabilità di chi ha potere nelle scelte culturali ed editoriali in Italia (ovvero molte persone: da Silvio Berlusconi in giù), abbiano spappolato la domanda di informazione di qualità in questo paese (a qualcuno in rete non è piaciuta la trasmissione di ieri sera, che aveva qualche limite: ma non si era mai vista in prima serata Rai una cosa su un tema di tanta contemporaneità e con tanti ospiti qualificati) rendendo drammaticamente necessaria una ricostruzione della domanda insieme a quella dell’offerta.

Io penso che una serie di fattori, riconducibili tutti alle responsabilità di chi ha potere nelle scelte culturali ed editoriali in Italia (ovvero molte persone: da Silvio Berlusconi a… a… molte persone, ma comunque non io) abbiano vanificato l’importanza della mia presenza, che altrimenti sarebbe stata di per sé bastevole. Voglio dire, chi cazzo conosceva Wittgenstein, prima che io aprissi un blog? Perciò, se io vengo a parlare in prima serata di Steve Jobs morto, e mi sono preparato tutto il discorso davanti allo specchio su Steve Jobs morto, e nel frattempo Steve Jobs non resuscita, è ovvio che lo share deve essere minimo del 10%; quanto meno deve esserci un picco d’ascolti quando parlo io, non quando parla Gilioli.

Io sono convinto che se oggi il maggiore programma di approfondimento giornalistico della prima rete pubblica nazionale – un prodotto di una povertà e arretratezza televisiva, qualitativa, giornalistica da primato – fosse rimpiazzato da un’altra idea più moderna, che racconti la realtà vera, che abbia un progetto televisivo intelligente e inventivo, farebbe dei numeri molto più bassi di Porta a porta, per molto molto tempo, e avrebbe infine successo tra tre anni, o cinque, o dieci, una volta rieducato il suo pubblico e coinvolto e ampliato uno nuovo e interessato.

Perciò, visto che riesco a usare trenta parole per dire “Porta a Porta fa schifo”, faccio presente che comunque, anche se ci fosse al posto di Porta a Porta un programma quanto meno decente (TIPO AGORA’ CON ME CHE PARLO DI STEVE JOBS MORTO), nessuno lo guarderebbe, sennò ieri sera non avreste guardato Formigli e la Borromeo al posto di guardare me. Hai voglia a rieducare il pubblico, facciamo prima a buttarlo via importandone uno nuovo dall’estero.

Non è solo che la qualità è sempre “alta” e le cose di nicchia sono inevitabilmente di nicchia: sto parlando di fare le cose anche popolari e contemporanee, ma farle bene (a meno di non giudicare troppo di nicchia il giornalismo in quanto tale, e archiviarlo).

Non sto parlando di fare le cose di nicchia, o qualità “alta”, né di spiegare perché uso le virgolette per “alta” e non per nicchia, sto parlando di fare le cose con me, sto parlando di me in televisione che alla fine mi va bene pure la  Innocenzi e Zoro che cazzeggia. Perché allora avete guardato Formigli, perché? Come? Non avete guardato neanche Formigli? Ma allora io così non gioco più, scusate, che minchia avete fatto ieri sera?

Steve Jobs era la notizia principale in mezzo mondo ieri, e su ogni mezzo di comunicazione: e in rete le cose di Steve Jobs hanno moltiplicato i numeri dei siti di news. L’idea di Raitre era sensata, non snob: e molte tv del resto dell’Occidente ieri sera parlavano di Jobs e tendo a immaginare con seguiti maggiori, magari non da primato, ma soddisfacenti.

Insomma, Steve Jobs era la notizia principale nel mondo, l’hanno seguita tutti a parte i dipendenti della Foxxcon ancora al lavoro, perciò non avete scuse. O ve ne andate voi dall’Italia, o me ne vado io.

Il problema rientra nella famosa onnipresente questione italiana dell’incapacità di fare progetti a lungo respiro, che ricostruiscano quello che è stato distrutto o non coltivato in questi anni, e abbiano bisogno di tempo per fruttare. Se lo speciale di Agorà non fosse stato una tantum, il programma sarebbe stato già chiuso, in Rai: mentre dedicandolo ogni settimana a temi giornalistici moderni e internazionali, a ospiti competenti e rinnovati, pensandolo meglio e meno in corsa, crescerebbe senz’altro, un po’ alla volta, e concorrerebbe alla creazione di una cultura e di un’attenzione al mondo e a questi tempi che oggi è molto limitata, creando mercato per nuovi prodotti di qualità e informazione. Vale per la tv, per i giornali, per i media, per l’editoria, per ogni prodotto informativo e culturale; ma vale per la scuola, anche, e per molte cose che facciamo. Sta nella responsabilità di piccoli e grandi poteri italiani e di tutte le classi dirigenti: di chi in politica lavora – attivamente e anche solo col proprio esempio – per l’impoverimento culturale e intellettuale degli italiani, di chi nei media e nell’industria culturale asseconda la debolezza della domanda abbassando la qualità dei propri prodotti, di chi tra i possibili investitori nell’innovazione e nella buona informazione, nella pedagogia e nelle cose fatte bene, ha paura, non le capisce, investe in sciocchezze o autopromozioni.
Se si può invertire questa tendenza non lo so: credo si debba, credo ci voglia del tempo, e credo si debba lo stesso.

Anzi no, non me ne vado, vi piacerebbe, eh? Non ve la do questa soddisfazione. Io non mi muovo, provate a muovervi voi. Ma dici a me? Ma dici a me? Ma dici a ME?

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