Nel mio mestiere o arte scontrosa

Questo è un blog nonviolento: se non siete d'accordo con i contenuti per favore menatevi da soli

“Dreadlock!” di Jacopo Nacci (Zona, 9volt)


La qualità letteraria della scrittura di Nacci è nella capacità di sintetizzare la dimensione universale, e dunque il mondo delle idee, il cui terreno privilegiato è la riflessione filosofica, in forme linguistiche che rendano tale dimensione intellegibile e partecipabile. Le forme che sceglie, a un’occhiata superficiale da lettore di consumo, potrebbero sembrare esageratamente pop, o figlie di un estetismo autoreferenziale (di matrice otaku, o più genericamente nerd): in realtà  obbediscono a un’esigenza interiore che parte dall’intuito e procede nel pensiero, dove incontra l’immaginazione, trovando infine nella scrittura la parte terminale del percorso.
In tal senso il suo blog, Yattaran, che in perfetto stile Otaku deve il nome al personaggio grassottello di Capitan Harlock, è esemplare, e costituisce una sorta di palestra di riflessione in cui è possibile vedere schegge non ancora raffinate, ma interessanti anche allo stato grezzo, di questo rapporto, tanto che alcune riflessioni sono probabilmente confluite nella stesura di Dreadlock! Penso in particolare a quella su una canzone del gruppo demenziale bolognese Gem Boy che prende in giro i cartoni animati giapponesi e la loro mancanza di realismo, a partire dal mitico campo di calcio di Holly e Benji: un caso che Nacci usa per attaccare il riduzionismo secondo cui il realismo è un valore positivo, mentre immaginazione e senso del fantastico sono valori negativi.

Questa capacità di sintesi, principale cifra stilistica di Nacci, è indubbiamente una caratteristica dei grandi ingegni, al netto delle possibili imprecisioni linguistiche, dei rilievi stilistici, o dei rilievi critici che si possono muovere alle idee espresse. È una caratteristica che fa leggere ciò che scrive Nacci sia come valido di per sé, sia come tappa di un percorso la cui configurazione reale si vedrà probabilmente nel tempo.

Dreadlock! (Zona 9volt, 2011), che  esce in libreria  il 25 ottobre, è un tassello godibilissimo di questo percorso. È un romanzo breve, ma molto denso, di quelli che, a distanza di anni, si torna volentieri a leggere per scoprire magari strati e zone di significato che in precedenza erano sfuggiti, o che erano scivolati via perché non eravamo pronti a  specchiarci in essi.
Superficialmente strizza l’occhio ai prodotti seriali, come si può vedere dalla numerazione dei capitoli (1×01, 1×02 ecc., tipica  dei telefilm o degli OAV), al rastafarianesimo, al mondo dei supereroi e a fenomeni di controcultura urbana come il parkour. È la storia di un laureando in filosofia, Matteo, che fuma, per caso o per destino, dell’erba proveniente dalla tomba di Re Salomone, la quale, per l’appunto, ha il potere di trasformarlo in Dreadlock!, muscoloso gigante d’ebano dalle trecce rasta e dai poteri elementari, dotato di una propria coscienza indipendente da quella di Matteo. Jacopo riesce a gestire bene  questo spunto di base, evitando di scadere nel genere, nel pulp grossolano: per farlo si affida alla figura Giuseppe Tucci e all’efficacia dei dialoghi tra Matteo e il suo amico Lorenzo, il classico aiutante dell’eroe che regala tocchi di scaltro umorismo.
L’alter ego di Matteo, Dreadlock, incarna il mondo trascendente dello spirito regolato dalla grazia, dal puro dono che si fa amore universale, come rivela un breve, efficace scambio di battute sulla natura dei poteri elementari di Dreadlock.

«Allora…», aveva detto l’uomo, irritato, «Allora è vero che hai i poteri».
«Il potere è un poter chiedere e un favore che ricevo […]».

Quello di Dreadlock è il mondo platonico di Zion contrapposto alla Babilonia in cui vive Matteo, una Babilonia in cui uno dei principali demoni, affrontato in questa “prima serie”, è l’espulsione della complessità. È un demone cha assume molteplici, insospettabili forme: pur essendo facile da percepire negli effetti che produce, come si scopre nella parte finale del romanzo è difficile indagarlo per comprenderne la natura e il motore che lo sospinge. Questa espulsione si manifesta attraverso la distanza emotiva, che distrugge il tessuto umano delle relazioni e dunque l’umano stesso, stritolandolo nelle morse di meccanismi reificanti. Il processo di espulsione si compie certo con la ferocia, la violenza e la crudeltà, ma esse sono le forme più palesi: nel romanzo ci si concentra sulle forme più sottili e perverse, ossia quelle della risata reificante e del tic linguistico, forme rappresentate dal comico modello Zelig o Colorado Cafè, i cui tormentoni fanno ridere pavlovianamente e rendono merce da scherno l’argomento che prendono di mira, marchiandolo nel tempo come ‘nemico’, come valore negativo nell’inconscio di chi partecipa a questa dinamica. Ed è forse questa scelta una delle più felici del romanzo, che costringe chi legge a interrogarsi sul costume italiano dello sfottò e della denigrazione ridanciana, il classico «fatte ‘na risata, aò, stavo a scherzà» che non riconosce, perché non l’ammette, la soglia dell’osceno, abolendola nella prassi.

L’espulsione della complessità, come scopre gradualmente Matteo, può essere contrastata nella difficile ricerca di equilibrio tra intelletto e cuore, tra pensiero e passione, tra distacco e partecipazione, apertura al dolore. Emblematico di questa ricerca è il percorso di studio di Matteo, che sta finendo una tesi di filosofia medievale su francescani (che rappresentano l’approccio di cuore al mondo) e domenicani (che rappresentano il distacco intellettuale). La tesi di Matteo è nel corso del libro una sorta di specchio dei suoi contrasti interiori, e la sua difficoltà ad aprirsi completamente verso gli altri si traduce nell’orientarsi verso i domenicani. È questo uno di quegli esempi dello stile di Jacopo, funzionale a quel mondo delle idee che sostiene lo stile come un’impalcatura imprescindibile: le verità, in Babilonia, hanno sempre parvenza di illusione, sono intuizioni profonde che ci colpiscono mentre lottiamo con quelli che crediamo essere i nostri mali e i nostri nemici, mentre cediamo alle illusioni senza rendercene conto; ci travolgono con una forza subitanea che ci spaventa perché, forse, viviamo la distanza dalla connessione che la verità apre quando da Zion arriva a farsi carne in noi. Un percorso che, per l’appunto, è ciò che si manifesta in Matteo ogni qual volta lascia spazio a Dreadlock, spazio che quest’ultimo accoglie come un dono.

Annunci

3 risposte a ““Dreadlock!” di Jacopo Nacci (Zona, 9volt)

  1. Pingback:Pascoletti recensisce Dread | YATTARAN

  2. Damiani ottobre 13, 2011 alle 10:04 pm

    Shame on me: scopro solo oggi il meraviglioso blog YATTARAN!

  3. Pingback:Matteo Platone su “Dredalock!” « NOVEVOLT, collana di narrativa. Batterie per ricaricare il mondo.

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: