Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Gobetti o Croce?


Scrive Merlo su la Repubblica di oggi:

Il berlusconismo è stato l’autobiografia della nazione per dirla con Croce, non un accidente della storia. Non basta certo una giornata solennemente normale per liberarcene. C’è bisogno di anni di giornate normali. E per la prima volta non saranno gli storici a mettere in ordine gli archivi di un’epoca. Ci vorranno gli antropologi per classificare il berlusconismo come involuzione della specie italiana, perché anche noi, che siamo stati contro, l’abbiamo avuto addosso: “Non temo il Berlusconi in sé – cantava Gaber – ma il Berlusconi in me”.

Ora io penso. “no, un momento, io questa frase me la ricordo diversa, questa frase non l’ha detta Croce, non mi pare fosse quello il contesto. Io mi ricordo la frase sul fascismo autobiografia di una nazione”. Dopo una rapida ricerca su internet, l’unica menzione relativa a Croce che trovo è su un articolo di Galli della Loggia, che però cita a memoria, senza riferimento a un testo specifico.

Invece online si trova il testo di Gobetti, “Elogio della ghigliottina”, dove si parla proprio di “fascismo come autobiografia della nazione”. Ora a me pare che Merlo usi “berlusconismo” lasciando intendere una contiguità sia come sostantivo, sia come concetto, e che dunque non parli in astratto e in generale di “storia”, ma parli di un elemento specifico.
Il testo di Gobetti si trova nel numero 34 (23-11-1922), e merita di essere riportato perché, ed è l’aspetto secondo me più interessante, dà una definizione di fascismo che, curiosamente, coincide con l’idea di “giornate normali” di cui si parla ora; come se vivere in paese commissariato fosse “normale”, anche solo da un punto di vista dell’oggettiva constatazione di fatti politici, prima ancora di interpretazioni di sorta, di analisi di responsabilità di questo commissariamento.
Dice “eh, ma qui hai le tifoserie”. Vero, ma il tifo è il modo errato che abbiamo di affrontare problemi reali, non è il problema in sé. Se sparisce il tifo, spalmandoci sopra una collaborazione tra classi che in realtà è comoda soprattutto alle classi dominanti e alla vecchina dell’autobus convinta che “se stanno bene i padroni stiamo bene anche noi, poi”, quello che si ottiene ce lo spiega Gobetti, che ci mette in guardia, a livello politico, da sentimenti quali facilità, fiducia, ottimismo, entusiasmo:

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo “nipote” di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini: colpe di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; é stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio scorso la Rivoluzione Liberale, con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corotta essa stessa, pur nasceva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace.
È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica cotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma certe ore di ebbrezza valgono per confessione e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedare spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.

Che un liberale vero come Gobetti si compiaccia dei contesti in cui c’è “lotta politica” nel 1922, a circa un mese di distanza dalla Marcia su Roma, dovrebbe far riflettere molte persone oggi, tra cui naturalmente Merlo.

(Foto: Sanremo News)

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