Nel mio mestiere o arte scontrosa

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“Violenza inutile”


Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali (gli struldbruggs di Swift) non sarebbe concepibile né vivibile, sarebbe più violento del pur violento mondo attuale. Né è inutile, in generale, l’assassinio: Raskolkonikov, uccidendo la vecchia usuraia, si proponeva uno scopo, anche se colpevole; così pure Princip a Sarajevo e i sequestratori di Aldo Moro in via Fani. Messi da parte i casi di follia omicida, chi uccide sa perché lo fa: per denaro, per sopprimere un nemico vero o presunto, per vendicare un’offesa. Le guerre sono detestabili, sono un pessimo modo di risolvere le controversie tra nazioni o tra fazioni, ma non si possono definire inutili: mirano ad uno scopo, magari o iniquo o perverso. Non sono gratuite, non si propongono di infliggere sofferenze; le sofferenze ci sono, sono collettive, strazianti, ingiuste, ma sono un sottoprodotto, un di più. Ora, io credo che i dodici anni hitleriani abbiano condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore; talora tesa ad uno scopo, ma sempre ridondante, sempre fuor di proporzione rispetto allo scopo medesimo.
Ripensando con il senno del poi a quegli anni, che hanno devastato l’Europa ed infine la Germana stessa, ci si sente combattuti fra due giudizi: abbiamo assistito allo svolgimento razionale di un piano disumano, o ad una manifestazione (unica, per ora, nella storia, e tuttora mal spiegata) di follia collettiva? Logica intesa al male o assenza di logica? Come spesso nelle cose umane, le due alternative coesistevano. Non c’è dubbio che il disegno fondamentale del nazionalsocialismo aveva una sua razionalità: la spinta verso Oriente (vecchio sogno tedesco), la soffocazione del movimento operaio, l’egemonia sull’Europa continentale, l’annientamento del bolscevismo e del giudaismo, che Hitler semplicisticamente identificava fra loro, la spartizione del potere mondiale con Inghilterra e Stati Uniti, l’apoteosi della razza germanica con l’eliminazione “spartana” dei malati mentali e delle bocche inutili: tutti questi elementi erano fra loro compatibili, e deducibili da alcuni pochi postulai già esposti con innegabile chiarezza nel Mein Kampf. Arroganza e radicalismo, hybris e Gründlichkeit; logica insolente, non folllia. Odiosi, ma non folli, erano anche i mezzi previsti per raggiungere i fini: scatenare aggressioni militari o guerre spietate, alimentare quinte colonne interne, trasferire intere popolazioni, o asservirle, o sterilizzarle, o sterminarle. Né Nietzsche né Hitler né Rosenberg erano pazzi quando ubriacavano se stessi e i loro seguaci con la loro predicazione del mito del superuomo, a cui tutto è concesso a riconoscimento della sua dogmatica e congenita superiorità; ma è degno di meditazione il fatto che tutti, il maestro e gli allievi, siano usciti progressivamente dalla realtà a mano a mano che la loro morale si andava scollando da quella morale, comune a tutti i tempi ed a tutte le civiltà, che è parte della nostra eredità umana, ed a cui da ultimo bisogna pur dare riconoscimento.
La razionalità cessa, e i discepoli hanno ampiamente superato (e tradito!) il maestro, proprio nella pratica della crudeltà inutile. Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un’affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L’indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungerstalten, degli informi, dei non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l’avvento del regno degli eletti; è un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé. Ben diversi erano il verbo e la prassi hitleriani.

Primo Levi, I sommersi e i salvati
(Foto: da Informare è un dovere)

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