Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Precariamente


Cara Silvia, il tuo articolo, ma io sono sicuro della tua assoluta buona fede, è profondamente falso, come minimo è impreciso. Quando si scrive per dare testimonianza, quando si sceglie di farlo e si passa il Rubicone tra pensiero e discorso pubblico, si dovrebbe parlare autenticamente di sé, e fare esempi diretti, trasparenti, o usare metafore in cui si capisce qual è il punto A e quale il punto B del traslato. Tu usi un “io” e un “noi” molto retorici, e dunque molto scorretti, perché il tuo lettore può estenderli tranquillamente a una generazione di lavoratori precari, e non soltanto a te o a persone che conosci direttamente; lo può estendere anche a chi, magari, ha una storia molto, molto diversa dalla tua o dagli esempi cui ti limiti ad alludere, a fronte della precisione delle accuse che lanci. E questo tuo errore io umanamente lo capisco, capisco certa acredine e certa bile, conosco questo tipo di veleno che si sprigiona quando nel quotidiano ci confrontiamo con quell’astratto che miete vittime, e quando l’astratto comincia a uccidere, scriveva Camus, bisogna confrontarsi con esso, e non è mai facile.

Da Silvia, rimembri ancora (chi è il colpevole)?

(Immagine da: sharenator.com)

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