Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Dell’impulso artificiale


Ma, quell’altro lettore da me qui sopra accennato, che dalla altrui sublimità solamente maraviglia, e non impeto di sdegno, ritrae; quello, nega per lo più di conoscere e di giustamente apprezzare se stesso; e supponendosi le forze che egli avere vorrebbe, si destina egli pure alla sublime arte di scrittore. Quindi legge egli, e rilegge; più lingue impara, e tutte le gusta; di ogni cosa si va facendo tesoro; tutti i generi tenta, in tutti pretende, ed in nessuno primeggia; ma pure, cercando egli sempre ne’ libri altrui ciò che nel proprio ingegno e nel proprio sentimento non trova, perviene a farsi poi finalmente un certo capitaletto, e a risplendere ed ardere, come secondario pianeta, di fiamma accattata. Costui, che dalla immensa fatica sua argomenta doverne riuscire immenso utile e diletto ad altrui, suol essere sempre assai più orgoglioso e risentito che il vero e semplice grande. Corre tra questi due il seguente divario: il sommo stima se stesso, direi così, senza quasi avvedersene; e vie più si estima nell’atto del comporre, che poscia parlando o esaminando tutto ciò ch’egli ha fatto: il non sommo, col mostrar sempre agli altri un’altissima idea di sé, cerca d’ingannare se stesso, e di costringersi a credere di averla. Questi secondi vengono spessissimo dai vani giudizj del mondo preferiti a quei sommi. Sono questi i letterati protetti; e questi, in fatti, i proteggibili sono. Ad essi non è tuttavia negato il bello del tutto; ma è sempre un bello d’imitazione, in cui originalità nessuna non li tradisce pur mai. Ma, siccome la minor parte degli uomini sono i lettori; e siccome la più gran parte dei lettori o non ha impulso veruno, o (come i più degli scrittori, e massimamente moderni) da artificiale e debole impulso vien tratta; la fama che si ottiene da questi due così diversi impulsi scrivendo, viene per un certo tempo commista; ed anzi, quasi sempre il minore soverchia il massimo; così, per esempio, da molti, e dai più dei letterati, si antepone a Tacito, Livio. I proteggenti, e i protetti, e i proteggibili, e i proteggendi, e i moltissimi poco sententi, costoro tutti fanno eco tra loro ogni qualvolta si tratta di porre in cielo quella tanto gradita mediocrità altrui, che in nulla non offende la loro.
A voler conoscere qual dei due impulsi movesse un dato scrittore, molte volte basta, senza quasi leggere il libro, il sapere chi fosse lo scrittore, ed in quali circostante tempi e luoghi ei scrivesse. Era egli nato libero, o fattosi tale? era egli sprotetto, indipendente, non bisognoso, di alto animo, di nobile e sano costume? milita in favor suo gran probabilità, che egli allo scrivere s’inducesse, unicamente spinto dal proprio impulso naturale. Era egli, all’incontro, nato bisognoso e schiavo; cioè, schiavo politicamente e civilmente? era egli protetto, incoraggito, e diretto? è da credersi, che, o egli sarà stato mosso da impulso artificiale soltanto, o che egli avrà deviato, scambiato, menomato, e appena quà e là conservato il naturale suo impulso, in quei pochissimi squarci dove nessuno dei suoi tanti impedimenti gli avrà tolto di ascoltarlo, e valersene. Ma in questi scrittori, se pur de’ tali ve ne possono esser fra i sommi, è sempre più assai da compiangersi il vero scapito loro, che non da godersi il falso nostro guadagno.
Così, nei nostri tempi e governi, a voler giudicare dei lumi filosofici e delle verità che potrà contenere un nuovo libro, basta per lo più di gittar gli occhi su la data del luogo in cui è stampato. Non dico perciò, che di dove i buoni ed utili libri stampare si possono, nè tutti, nè i più escan buoni; ma dico, che là dove i buoni stampar non si possono (cioè nei due terzi e mezzo di Europa) buoni al certo non potranno esser mai gli stampativi.
Io paragonerei il frutto di questi due impulsi, artificiale e naturale, alla diversità dei metalli. Colla moneta di argento o di rame moltiplicata oltre modo, si perviene pure a comporre una somma che a pochissimo oro equivaglia. Ma non però mai talmente, che la più corta e spedita via del poco e prezioso metallo non piaccia e non giovi assai più, che quel nojoso novero e peso di tanta mondiglia. Così, non può esser mai paragonabile l’effetto d’una verità fortemente lumeggiata dalla energica penna di un libero scrittore acceso e sforzato dal naturale suo impulso, all’effetto di una verità debolmente accennata, guasta, e in mille tortuosi giri ravvolta e affogata tra mille falsità dalla timida penna di un dipendente scrittore, strascinato più assai che spinto dall’artificiale suo impulso.
Chi vuole di ciò convincersi con gli esempj, paragoni Racine, dove egli non parla di amore (passione sola matricolata nei nostri governi, e sola quasi dagli antichi sommi de’ più bei tempi taciuta) lo paragoni, dico, ai tragici greci là dove d’amore ei non parla, e dove egli non traduce dal greco; credo che si convincerà pienamente che quegli antichi Greci, spinti da impulso naturale, senza altra protezione che l’amor della lode, nè altra imitazione che il vero, inventavano e scrivevano per insegnare virtù, verità, e libertà ad un popolo libero, dilettandolo: in vece che il tragico francese, mosso da impulso artificiale, sotto la protezione e approvazione d’un principe, scriveva imitando, e tremando; e quindi, per dilettare e non offendere un popolo non libero e snervato, egli traduceva in tratti sdolcinati di amore i più focosi e sublimi tratti della greca energia; tacitamente così confessandosi minore dei suoi modelli, non solo per le diverse circostanze, ma più assai pel proprio sentimento ed impulso.
Sia dunque l’artificiale impulso una delle tante false gemme del principato; e, il mezzo sentir propagandovi, l’intero sentire vi vada egli, per quanto il può, soffocando. Ma il naturale divino impulso, o nelle repubbliche non impedito, faccia quegli uomini vie più degni di libertà, con alti insegnamenti ed esempj; ovvero nel principato (ancorchè rarissimamente sviluppare appieno vi si possa) soverchiando pure, quasi impetuoso torrente, ogni inciampo ed ostacolo, con l’avvampante sua luce quelle orribili tenebre squarci; e, con vie maggior fama per lo scrittor che l’adopera, vie maggior vantaggio procacci agli altri tanti suoi miseri ed oppressi conservi, a loro insegnando e la verità, e i lor dritti. Così, se non altro, un tale scrittore gli anderà preparando almeno a ricevere poi dal tempo (il quale ogni cosa già stata finalmente pur riconduce) la loro perduta, o anche la non mai posseduta libertà, virtù, e grandezza.

Vittorio Alfieri, Del Principe e delle Lettere

(Foto da: La Stampa)

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