Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Senza di lui non avrei mai fatto “Vieni via con me”


Mi ricordo quando ancora Vieni via con me era solo un’idea nell’aria. Una frase entusiasta detta dopo la puntata speciale di Che tempo che fa in cui avevo parlato delle cose che mi piacciono. Gli ascolti erano andati bene, mi avevano spiegato, anche  se io non ne capivo molto. Era un mondo a me estraneo, dopotutto.
Mi ricordo quando passeggiando con lui a un certo punto mi fermai per dirgli “e se facessimo davvero la trasmissione? Eh? Che ne dici?”. Lui mi guardò con quegli occhi un po’ grandi e un po’ lucidi che aveva, quando tirava forte il vento: capivi che ti capiva, quando ti guardava con quegli occhi. Era bello. Mi corse incontro. Mi misi a correre a mia volta e gli dissi “dai, vieni via! Vieni via con me!”.

Poi dopo, quando riportai Buck a Fabio, ne parlai anche con lui. Fabio mi faceva  sempre portare a spasso Buck, quando lo andavo a trovare. Sapeva quanto mi sono sempre piaciuti i cani. Fin da bambino, quando guardavo Rin Tin Tin e gridavo insieme al protagonista “yo oh, Rinty!”. Purtroppo ora che vivo sotto scorta e che la mia vita è in pericolo, non posso più assaporare la gioia di un cane tutto mio, di un mio migliore amico a quattro zampe. Fabio lo sapeva. Aveva capito questa mia sofferenza. Cercava di alleviarla così, quando poteva. L’ho sempre ringraziato, per questo.

Buck era un setter bellissimo, un setter coraggioso animato da un’energia pazzesca. Contagiosa. Voleva sempre giocare, era il suo modo per stare al mondo. Il solo che conoscesse. Tutte le volte che sono stato a trovare Fabio, non ho mai visto Buck nervoso, o triste, o arrabbiato. Non ti faceva pesare mai niente. Non ho mai visto un cane che, per dire, non si butti sulla piega dei tuoi jeans, o sui lacci delle tue scarpe, o anche solo sulla punta delle tue dita. Buck era diverso: si metteva a sedere, scodinzolando. Aspettava che fossi tu ad avvicinarti. Se capiva che volevi giocare, allora ti faceva conoscere tutta la sua gioia di vivere. Ma se invece restavi serio, lui ti rispettava.

Quando riuscivo ad avere delle mozzarelle di bufala, cosa non facile purtroppo nella mia condizione, ne portavo sempre alcune a Fabio. Buck allora mi correva incontro, erano le uniche volte in cui, invece di sedersi ad aspettare un mio cenno, mi veniva proprio addosso. Gli piaceva l’aria di Caserta che sentiva sui miei vestiti. Sulla mia pelle. Io ridevo. Dicevo a Fabio:
-Questo non è un setter irlandese, è un setter campano!
Ed è così, che voglio ricordarlo, come il setter campano di Fabio, che abbraccio con queste mie parole nella speranza che raggiungano il suo dolore. Che raggiungano il dolore dei suoi cari. Per dire loro, con le parole di Schopenhauer, “Chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere che cosa significhi essere amato”. Voi questo lo sapete. Grazie a Buck.
Addio, Buck, addio scugnizzo.

Roberto Saviano*
RIPRODUZIONE RISERVATA

* Il mio avvocato mi ha consigliato di specificare che questo non è un articolo scritto da Roberto Saviano (e la riproduzione, naturalmente, non è riservata); io gli ho detto che specificarlo mi sembra una sciocchezza, perché solo un pazzo potrebbe scambiarlo per un articolo vero, ma lui ha insistito. Ah, non so come si chiami il cane di Fabio Fazio, casomai ne abbia uno, e non ho mai avuto a che farci (con Fazio e con l’eventuale cane di Fazio, intendo).

(Foto: Blitz Quotidiano)

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