Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Sulla cronaca nera


Nel regno dove domina la cronaca nera il linguaggio trasmette due concetti. Il primo concetto è: il mondo è violento e spietato. Che il mondo sia violento e spietato la cronaca nera lo mostra con dovizia di dettagli, in un tripudio di immagini truci e aggettivazioni dell’orrido. Non esiste osceno, nel regno dove domina la cronaca nera: quando nasce una protesta per immagini troppo scabrose, o per una persistenza morbosa di un conduttore su dettagli orribili, l’atteggiamento tipo consiste nell’invocare il diritto all’informazione. Ma è un’argomentazione fallace, perché in realtà la deontologia professionale pone dei paletti, ad esempio per le immagini di minori; dunque quando si nomina il diritto all’informazione come fosse una licenza a esibire si reclama una sorta di onnipotenza di fronte alla soglia dell’osceno. Quando sceglie di ignorare questa soglia, quando decide che questa soglia non esiste, oppure non è importante, la cronaca nera esorbita e diviene ibrida: ha i mezzi del giornalismo, ma persegue altri scopi. Si passa dunque al secondo concetto trasmesso.

Il secondo concetto è: tutta questa violenza viene da un mostro, e il mostro è qualcuno di estraneo a te. Odiando il mostro certifichi la tua distanza da lui e, quindi, la tua bontà d’animo. Tu non sei come lui, e nel mondo dove domina la cronaca nera è lecito marcare questa differenza esibendo in pubblico disprezzo e avversione per il “mostro” o per la “belva”. L’innocenza della vittima è funzionale a definire la malvagità del mostro: tanto più la vittima è pura e candida, tanto più aumenta la malvagità del mostro. Il mostro è perciò il modo migliore per aizzare un pubblico: chi oserebbe difendere le ragioni del mostro, di fronte a una turba inferocita?

Che la cronaca nera nel regno dove domina sortisca questo effetto, eccitando un pubblico di per sé ricettivo, si può notare perché, quando accadono episodi particolarmente violenti ed efferati, come stupri, abusi sessuali sui minori o linciaggi, la reazione tipica nei social network (ma non solo, ovviamente) esprime odio e rabbia verso chi è indicato come probabile colpevole. Il garantismo è sospeso, nel mondo della cronaca nera, poiché il garantismo richiede distanza critica, e non schieramento emotivo -, e quasi mai sentimenti di solidarietà verso le vittime.  Il commento tipo è “ci vorrebbe la pena di morte”, “impiccatelo”, “spero che lo ammazzino i suoi compagni di cella”, “la castrazione, ci vuole”. Non c’è spazio per espressioni di autentico dolore: trattandosi di crimini commessi lontano dai nostri sensi, e che colpiscono estranei, queste espressioni di dolore sarebbero più che altro dei simulacri, soprattutto se parlano di eventi che non abbiamo mai vissuto né personalmente né attraverso le persone a noi più vicine. Ragione per cui, di fronte alla brutalità trasmessa nel regno dove domina la cronaca nera, l’atteggiamento di più autentica rivolta dovrebbe essere il silenzio, nell’impossibilità di esprimere pietas.

Nella tragedia esisteva un eroe che si macchiava di una colpa e andava incontro a un castigo. La colpa di cui si macchiava era qualcosa che poteva capitare anche a chi assisteva, potenzialmente: l’eroe era l’agnello sacrificale punito dal fato al posto del pubblico. Lo spettatore sapeva in cuor suo di essere fortunato, poiché quella punizione orribile non era toccata a lui. Questa dinamica faceva parte del creato, per quanto terrificante e dolorosa. Invece nella cronaca nera il delitto è qualcosa di immondo che non deve trovare posto nel creato, e l’eroe è solo vittima, o solo positivo. La violenza e tutte le qualità negative sono del mostro, su cui si deve abbattere l’ira della comunità, affinché la violenza venga espulsa. Ciò che in realtà sembra una dinamica circolare, però, è in realtà una spirale verso il basso; nella tragedia c’è catarsi, nel regno dove domina la cronaca nera c’è abitudine. Mentre si pensa di espellere brutalità e violenza attraverso espressioni di odio, disprezzo e violenza, in realtà ci si sta educando proprio alla violenza.

Così la cronaca nera, nel regno dove domina, soddisfa una preesistente aspettativa del pubblico, che brama colpevoli immondi contro cui scagliarsi (un modo assai semplice e immediato di scacciare l’atavica paura dell’Orco), ma così facendo aumenta la loro assuefazione al fenomeno. Per cui la volta successiva servirà un dettaglio in più, per soddisfare l’aspettativa. Alla lunga, dunque, il regno dove domina la cronaca nera può solo implodere nella violenza che trasmette, e che presume di poter dominare.

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3 risposte a “Sulla cronaca nera

  1. Francesco Finucci marzo 24, 2012 alle 11:02 pm

    Commento straordinario per lucidità. Il processo di sacrificio rituale che caratterizza la società del sondaggi si vede proprio nell’emergere della cronaca nera, con tanto di criminologi da allevamento a terra e ogni tanto esibiti come simulacro di scientificità come una volta si faceva per la frenologia. E’ fondamentale per salvarci da questo enorme buco nero che rischia di inghiotterci comprendere questo meccanismo perverso e schizofrenico dove ogni tanto si sceglie la vittima sacrificale e, come dici tu, la si espelle come si trattasse di una metastasi estranea che ci impedisce di essere “soddisfatti”, grazie agli ottimismi di maniera di una televisione scialba e alla ricerca forzata di una felicità di plastica. Come può un qualche senso di responsabilità civile nascere da una società che indice settimane dell’odio gettandosi a casaccio su un colpevole, basta che non si sia costretti a pensare?

    • matteoplatone marzo 24, 2012 alle 11:21 pm

      sì, sui “criminologi da allevamento” mi trovi perfettamente d’accordo.
      Grazie per le tue osservazioni, e per i complimenti.

  2. Anna Salis aprile 2, 2012 alle 4:04 pm

    Ciao,

    dinamiche dominanti…infatti.
    -.-

    [non mi fa commentare tramite il mio blog e quindi utilizzo fb. un saluto da asophia]

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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