Nel mio mestiere o arte scontrosa

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“Se io non uccido l’altro”


Se vedo gli altri come estranei nella vita, mi sentirò inevitabilmente anch’io estraneo a loro. E l’altro, che già vivo, non ho considerato come elemento in me, dopo che sarà morto, non lo vedrò: dovrò fare ricerca, fare ammenda, consumarmi nel dolore del pentimento per non averlo amato infinitamente, per averlo escluso dall’unità amore; e in questo dolore purificandomi dalla finitezza, dalla considerazione della mia sola esistenza, vedrò l’altro vicino a me, intimo a me, e instaurerò, sebbene tardi, l’unità amore. Questa unità è possibile egualmente coi vicini, coi lontani e coi morti, vivendo le singole individualità concrete, non uccidendole nemmeno col pensiero, adorandole, amandole senza limiti.
Se io non uccido l’altro, è segno che mi porto in un punto intimo di amore infinito per lui, e così posso fare per tutti: allora, io li sento come qualche cosa di più che esseri annientabili; li sento superiori alle possibilità di scomparire, li sento infinitamente presenti. Estendendo questo proposito a tutti gli essere umani possibili e immaginabili, sento che anche i morti sono presenti, vicini a me, oltre tutto, e che dentro la morte c’è questo atto di unità amore. Finché non sono giunto ad apprezzare il valore di questa vicinanza assoluta, mi metto a pensare che cosa fa il morto, dove sta, ecc. cioè io considero l’essenza dell’individuo come una sostanza. Ma l’essenza della sua come della vita mia, è unità amore, è atto di vicinanza infinita: su questo debbo posare, e allora non né a ciò che faccio io né a ciò che fa lui. Ma per viver così bisogna che, oltre ciò che può fare Tizio o Caio dovunque si trovi e considerato separatamente da me, nello spazio e nel tempo, c’è un’unità essenziale che è vicinanza, un vivere in me l’essenza della loro vita: puro dare, pura presenza.
Portandomi a questo centro come mia vera esistenza entro l’esistenza di tutti, la preoccupazione del mio sopravvivere individuale non esiste. Se l’avessi, dovrei fare un ulteriore atto religioso per vincerla e portarmi non ad un attaccamento disperato alla mia esistenza particolare, come scomparsa questa, scompaia tutto, ma approfondirmi e posare in un atto di unità che è la base di tutta la infinita molteplicità dei fatti e degli esseri.

Aldo Capitini, Elementi di un’esperienza religiosa

(Foto: The Gandhi Foundation)

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Una risposta a ““Se io non uccido l’altro”

  1. Salvatore Piombino settembre 12, 2012 alle 1:28 pm

    Che messaggio meraviglioso l’unità amore.

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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