Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Chi è Caino, chi è Abele



Mi sono occupato in questi giorni del dibattito circa la legge sulla tortura, studiando la legge, i tentativi passati per introdurre questo reato nel codice penale, e il dibattito parlamentare con cui, alla fine, la legge è stata inviata in Commissione Giustizia. E leggendo le dichiarazioni dei senatori, una in particolare mi ha colpito, e penso che meriti di essere ricordata. La dichiarazione è tratta dalla seduta 801 del Senato, ed è del senatore Achille Serra. La cito a margine di un articolo che ho scritto per Valigia Blu come una lunga postilla che lì non sarebbe entrata:

Dicevo, signor Presidente, che non sono i quarant’anni in Polizia che determinano queste mie parole. Sì, è vero, ieri ho sentito di tutto, ho sentito dire che noi siamo dalla parte di Caino e trascuriamo Abele. Non so quando arrivano bottiglie molotov nei confronti dei poliziotti e dei carabinieri chi sia Abele e chi sia Caino. Non so poi quando la reazione di una manganellata possa far definire Abele una parte e Caino l’altra parte. Ma non è questo il punto. Ho certamente fiducia nella magistratura, con cui ho condiviso pagine indimenticabili, ma mi chiedo: chi può non vedere quanto sia generica l’affermazione delle acute sofferenze psicologiche e fisiche? Che vuol dire acuto? Mi rendo conto che il magistrato è il perito per eccellenza, ma chi stabilisce che cosa è acuto e cosa non lo è? Chi stabilisce qual è la sofferenza psicologica: è quella di un interrogatorio un po’ spinto?

Noi siamo lontani dalla realtà, non ci rendiamo conto che momento viviamo in tema di sicurezza e che difficoltà hanno le Forze dell’ordine per affrontare quotidianamente crimini che diventano sempre più feroci. È un interrogatorio un po’ spinto che può provocare la sofferenza psicologica? Questa sofferenza psicologica chi la valuta? Certamente un medico, ma in che momento? Dopo l’interrogatorio, anche molto tempo dopo. Come farà il medico a valutare in quel momento successivo che l’interrogatorio è stato così spinto da provocare una sofferenza psicologica?

Io credo che sia giusto soffermarsi a riflettere su questi aspetti. Se poi vi è una componente politica che pensa in qualche modo di penalizzare le forze dell’ordine, mi chiedo per quanti anni ancora Polizia e Carabinieri dovranno pagare il G8 di Genova. Se non è questo l’obiettivo, allora riflettiamo sulla configurazione del reato. Riflettiamo: sono passati tanti anni dalla Convenzione. Riflettiamo una settimana in più, solo una settimana. Riportiamo questo provvedimento in Commissione, signori relatori, non perché si voglia prendere tempo, ma perché si possa riflettere.

Ecco io questa dichiarazione la riporto per un motivo, e quel motivo non è puntare il dito contro qualcuno, come si usa sull’internet in attesa che ci invitino alle feste che contano, e se non vieni e ne parli allora vuol dire che rosichi. Consiglio caldamente, anzi, di combattere contro qualunque moto di rabbia potrebbe sorgere dalla lettura di queste parole. Do questo consiglio perché io ne ho lette di dichiarazioni simili, in questi giorni, e quel moto l’ho dovuto proprio cacciare via dal cuore, per mantenere lucido il pensiero e limpida la scrittura. Ci sono passato, insomma, come ci passo quotidianamente. Ma mi sono fin troppo spesso intossicato di indignazione, in questi anni. E l’indignazione è un farmaco il cui dosaggio va misurato con cura: se passi la misura, ti avvelena. È una passione che fa riconoscere le ingiustizie del mondo: ma è anche il volto più seducente che rabbia e odio mostrano per conquistarci. Col tempo, abbandonandoci all’indignazione, ne facciamo uno specchio che deve riflettere un’immagine. Quell’immagine, mentre fuori il mondo perpetra le ingiustizie, deve dirci che siamo migliori. Così diventiamo narcisisti, e intossicati dall’immagine di noi che l’indignazione ci offre, non vediamo più le ingiustizie che commettiamo.

Ecco io non sono abbastanza saggio per poter dire al di là di ogni dubbio o possibile confutazione chi sia Caino e chi sia Abele, nel mondo, oggi. E non sono nemmeno abbastanza furbo da fare la parte di quello che, per risultare più convincente, indossa la maschera di quello che non è abbastanza saggio eccetera. Posso solo dire – e ingenuamente vorrei che un Achille Serra lo capisse e che, avendo capito, agisse di conseguenza – che a Caino serve la rabbia di Abele, per sentirsi innocente nell’omicidio, mentre ad Abele non serve di avere in animo la rabbia del fratello, perché gli impedisce di onorare la bellezza del creato.

Cose così.

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