Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Campo di concentramento


immagine: Elvy Cicalese

immagine: Elvy Cicalese

Alla radio trasmettevano un programma sull’emigrazione ceca. Si trattava di un montaggio di conversazioni private registrate clandestinamente da qualche spia ceca infiltratasi tra gli emigrati e ritornata poi a Praga con tutti gli onori. Erano chiacchiere di nessun conto dove, di tanto in tanto, comparivano parole dure sul regime d’occupazione, ma anche frasi nelle quali gli emigrati si davano l’un l’altro del cretino o dell’impostore. Erano proprio quelle le frasi su cui insisteva la trasmissione: dovevano dimostrare non solamente che costoro parlavano male dell’Unione Sovietica (cosa che in Boemia non indignava nessuno), ma che si insultavano a vicenda con abbondante uso di parolacce. È strano come tutti dicano parolacce dalla mattina alla sera, ma quando sentono alla radio una persona conosciuta, una persona che rispettano, dire a ogni frase “cazzo”, ci rimangono un po’ male. “È incominciata così, con Procházka” disse Tomáš continuando ad ascoltare.
Jan Procházka era un romanziere ceco, una quarantenne con la vitalità di un toro, che già prima del 1968 si era messo a criticare a voce molto alta la situazione politica. Fu uno degli uomini più amati della Primavera di Praga, quella vertiginosa liberalizzazione del comunismo che si concluse con l’invasione russa. Poco dopo l’invasione, tutta la stampa prese a dargli addosso, ma più l’attaccava più la gente lo amava. La radio allora (si era nel 1970) cominciò a trasmettere, a puntate, delle conversazioni private che due anni prima (quindi nella primavera del 1968) Procházka aveva avuto con un professore universitario. A quel tempo nessuno dei due immaginava che nell’appartamento del professore ci fosse nascosto un microfono e che ogni loro passo fosse seguito già da un pezzo! Procházka divertiva sempre i suoi amici con iperboli ed enormità. Adesso quelle enormità venivano trasmesse a puntate alla radio. La polizia segreta, che aveva realizzato il programma, aveva sottolineato con cura i punti nei quali lo scrittore prendeva in giro i suoi amici, ad esempio DubÊek. La gente non perde occasione per sparlare dei propri amici, ma il loro beneamato Procházka li scandalizzò più che non l’odiata polizia segreta.
Tomáš spense la radio e disse: “Tutti i paesi hanno una polizia segreta. Ma una polizia segreta che manda in onda alla radio le proprie registrazioni esiste solo da noi! È inaudito!”.
“Ma no!” disse Tereza. “Quando avevo quattordici anni tenevo un diario segreto. Avevo il terrore che qualcuno lo potesse leggere. Lo tenevo nascosto in soffitta. Mia madre lo scovò. Una volta, a pranzo, mentre stavamo tutti chini sulla minestra, se lo tolse di tasca e disse: “Attenzione, ascoltate tutti!”. E cominciò a leggere forte e a ogni frase scoppiava a ridere. Ridevano tutti tanto che non riuscivamo a mangiare”.
[…]
Tereza guardava il Municipio distrutto e all’improvviso le venne in mente la madre: quella perversa necessità di ostentare le proprie rovine, di vantarsi della propria bruttezza, di esibire la propria miseria, di denudare il moncone del braccio amputato e obbligare tutto il mondo a guardarlo. Negli ultimi tempi ogni cosa le ricorda la madre. Le sembra che il mondo della madre, dal quale era fuggita dieci anni prima, ritorni verso di lei e l’accerchi da ogni lato. Per questo la mattina aveva raccontato di quando la madre a pranzo aveva letto il suo diario intimo alla famiglia che si sbellicava dal ridere. Quando una conversazione privata fatta davanti a un bicchiere di vino viene trasmessa pubblicamente alla radio, che altro vuol dire se non che il mondo si è trasformato in un campo di concentramento?
Tereza usava quella parola fin quasi dall’infanzia per esprimere come appariva ai suoi occhi la vita nella sua famiglia. Il campo di concentramento è un mondo nel quale le persone vivono continuamente una accanto all’altra, giorno e notte. Le crudeltà e le violenze sono soltanto un aspetto secondario (e per nulla necessario). Il campo di concentramento è l’eliminazione totale della vita privata. Procházka, che non aveva potuto chiacchierare con il suo amico davanti a un bicchiere di vino nel sicuro dell’intimità, viveva (senza nemmeno immaginarlo, e questo era stato il suo errore fatale!) in un campo di concentramento. Tereza aveva vissuto in un campo di concentramento quando abitava con la madre. Da allora sapeva che un campo di concentramento non è qualcosa di straordinario, qualcosa di sensazionale, ma, al contrario, qualcosa di dato, di fondamentale, nel quale si nasce e da dove si può evadere soltanto a prezzo di un’enorme fatica.

(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

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