Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Se Perugia perde #ijf14


Foto: Pietro Viti

Foto: Pietro Viti

Ho lavorato per il Festival Internazionale del Giornalismo, organizzato da Arianna Ciccone e Chris Potter, nel 2012 e 2013. Ho poi lavorato per Umbrialibri 2012, evento organizzato dalla Regione Umbria. Non ho lavorato direttamente per la Regione: a una cooperativa di Perugia serviva una persona con le mie competenze (web editor, copywriter), e sono loro che mi hanno pagato alla fine.

Come spettatore ho poi partecipato a molte manifestazioni che si svolgono sul territorio, come Umbria Jazz ed Eurochocolate.

La mia conoscenza delle politiche culturali, in Umbria, è quindi abbastanza composita, abbraccia sia la parte visibile al pubblico, sia il dietro le quinte. A tal proposito colgo l’occasione per salutare tutti quelli che hanno espresso un parere sul Festival del Giornalismo senza esserci mai stati, o senza aver mai lavorato nell’organizzazione eventi: spero che nel vostro lavoro non usiate abitualmente questa superficialità da cialtroni dilettanti.

Una cosa che impari subito, lavorando nel dietro le quinte, è riconoscere gli eventi riusciti dai flop. Dico gli eventi con grandi budget, grandi ospiti e che terminano sempre con comunicati stampa che proclamano successi strepitosi; o con influencer che, siccome hanno vitto e alloggio pagato e magari scagliano qualcosa di rimborso, allora tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno. Il trucco, però, è guardare le immagini: se l’evento è un flop, nelle foto si tenderà a immortalare sempre e solo la prospettiva degli speaker, tagliando la platea con le sedie vuote. Se l’evento è riuscito, foto e video indugeranno sulle file fuori da panel e workshop.

Il Festival è stato un successo di pubblico incredibile, in questi ultimi anni (parlano foto e video). Gli unici feedback negativi che ho raccolto sono stati sempre a margini di lodi e complimenti entusiastici. Qualcosa del tipo “bellissimo, complimenti, magnifico, però per favore cercate di migliorare questo…”. Mentre per altri eventi, di solito il pubblico commenta incazzatissimo. L’unica eccezione si è avuta per la Sanchez, che ancora devo capire: a me la Sanchez non piace, ho chiesto di non poter seguire l’evento agli altri del team, non mi han fatto storie. Per dire il clima.

Tutto ciò però non ha mai incontrato particolare entusiasmo da parte di chi, nell’amministrazione pubblica, dovrebbe supportare contestualmente un evento del genere, che ottiene questi risultati e un prestigio internazionale il cui ritorno di immagine vi lascio immaginare. Non prendiamoci in giro: sto parlando di ciò che si dice a microfoni spenti, o lontano da chi scrive comunicati stampa.
Mi ricordo in particolare un impiegato della Regione che se ne uscì, davanti a me, con un geniale “eh, che ci vuole ad avere una buona rassegna stampa, basta invitare i giornalisti”. O una frase che ho sentito provenire da più parti, detta dal politico del Pd, dall’impiegato o dal giornalista un po’ troppo ammanicato: “nel pubblico funziona diversamente”. Come a dire: “capisci a me” o “ma dai, non sai come va il mondo?”. Come a dire che gli eventi creati dagli enti pubblici non hanno lo scopo attirare visitatori, favorire dibattiti e networking, creare senso. In effetti ripensando a quando ho lavorato per eventi pubblici, che da queste parti gli addetti chiamano “eventi istituzionali”, mi rendo conto che è proprio così, che funziona diversamente. Perché hai qualcosa che viene deciso altrove e che, col tuo lavoro, devi giustificare. La comunicazione, in questi casi, non è una sintesi, o una traduzione dello spirito che si vuole infondere alla manifestazione: la comunicazione diventa un paravento o un tappabuchi degli inciuci. Ti dicono “oh, bisogna promuovere questo incontro, perché ci partecipa l’assessore o la presidente”, e siccome, all’interno di una rassegna, gli incontri cui partecipano l’assessore o la presidente sono parecchi di solito, perché fondamentalmente intendono gli eventi culturali come una passerella, finisce che questa promozione va a discapito del resto. Ché mica si può rischiare il flop, quando ci sono le alte cariche del Partito e delle Istituzioni. Magari tu pensi bisognerebbe dar risalto ad altri ospiti, altri incontri: lo puoi fare, ma solo se avanza il tempo; di solito non avanza, perché ti trovi a svolgere il lavoro di tre persone, senza che la persona con cui devi coordinarti abbia consapevolezza di ciò. Se non lo fai, nessuno ti dice nulla: sei l’ultimo anello di ordini decisi altrove, su cui non hai potere di intervento. E, per inciso: io sono di quelli che tende a dire quando non è d’accordo, o quando pensa che una determinata strategia sia errata, ma nel farlo mi sono reso conto che il burocrate medio, quando fai un discorso distante dall’ingranaggio attorno cui gira, cinque minuti dopo che hai finito di parlare si resetta, come se tu non avessi mai detto nulla.

Naturalmente questa impostazione del lavoro tende a produrre sale vuote, e l’idea che i soldi non vengano sprecati, perché, insomma, è un evento “istituzionale”, mica uno privato: conta lo spirito, non i risultati. Lo spirito, però, è quello che di solito si ammette nelle conversazioni a margine, non quello sbandierato nelle conferenze stampa, dove magari l’assessore regionale nemmeno ricorda i giorni in cui si tiene la manifestazione: e sì che, partecipando a un sacco di incontri, dovrebbe essere informatissimo!

“Il pubblico inquina il privato”, mi ha detto una volta uno che lavora nel pubblico, e che alla fine, siccome sta a tempo indeterminato, pure se un certo modo di concepire la politica e il lavoro lo trova schifoso, se lo fa andar bene. Ma il problema è questo: il pubblico, così come viene inteso da queste parti, è la prosecuzione del privato con altri mezzi. Hai il politico che te lo sbandiera in modo sfacciato (di solito è di centro destra) e il politico che adotta la mentalità del “dove fanno deserto chiamano Italia bene comune” (di solito è di centro-sinistra). Perché la cosa buffa (sì, col tempo, pure se questo sistema ti danneggia, impari a cogliere il lato umoristico, come forma di resistenza), è che, lavorando per gli “eventi istituzionali” ti dicono, quasi a mo di favore e confidenza: “non pensare che, siccome sei bravo e lavori bene, il prossimo anno ti richiameranno”. E tu, per non passare per coglione, devi rispondere: “sì, certo, lo so”. Mica puoi dire “scusa, ma ti sembra normale? No? E allora perché non fai nulla?”.

Ecco, io vorrei porre delle domande a tutte quelle persone che, in questi anni, siccome sono uno che sta per i fatti suoi e si vede poco in giro, magari quando mi vedono si pigliano una birra con me e si sfogano. Mi rivolgo al giornalista precario, al funzionario di partito, all’impiegato pubblico: al titolare di agenzia di comunicazione che non riesce a lavorare perché Tizio non è più assessore, e allora siccome c’è Caio col cavolo che chiamano la sua azienda. Perché non dite pubblicamente ciò che in cuor vostro sapete, e che solo in confidenza riuscite a dire? Perché, se questo stato di cose vi sembra dannoso e orribile, fate finta di niente? Perché mi dite in privato “non è giusto che non si faccia #ijf14”, e non pubblicamente?

So bene che queste mie parole, negli ambienti “istituzionali”, nel migliore dei casi saranno ignorate. Nel peggiore varranno un certo ostracismo, mai detto apertamente. Dice: e allora perché ti esponi? Perché ho imparato che il lavoro è una facoltà dell’uomo, e compito della politica è permettere a ciascuno di esprimere il proprio valore. Non è compito della politica trattare le persone come qualcuno che, siccome si è preso dei fondi, o un contrattino di tot mesi, o uno spazio pubblico, allora si deve stare zitto e buono, perdendo il diritto di far valere i propri interessi, le proprie esigenze o, più banalmente, la propria visione di società. Perché questa mentalità è quella del do ut des, del “ti ho dato non perché penso che tu valga, ma per comprarmi il tuo consenso e il tuo silenzio”. Che poi: perché i politici, parlando di soldi e spazi pubblici, usano il tono di chi gestisce una proprietà privata?

Se camminando per le vie del Centro Storico vi sembra di vedere il migliore dei mondi possibili, ignorate tranquillamente queste mie parole. Ma se vedete un’altra realtà, fidatevi, per favore: è anche il vostro silenzio ad alimentarla. Dite ciò che vedete, nient’altro. Se il Re è nudo, non state zitti mentre si celebra il successo della Festa della Sartoria.

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13 risposte a “Se Perugia perde #ijf14

  1. Francesco Patiti ottobre 19, 2013 alle 1:56 pm

    Il problema che il tutto è sempre stato fatto con i soldi pubblici che, alla fine, non ci sono per altri campi (continuo a battermi per l’Accademia di belle Arti che, nonostante il successo di iscrizioni e qualità del percorso formativo rischierà di chiudere per mancanza di fondi, con intere famiglie di docenti e personale amministrativo sul lastrico!) in cui anche se ti manda Picone resti nella merda. Qui non si discute il valore ed il grande livello del Festival, qui si discute del perchè, in questo periodo di crisi, non si accetti di abbassarne un po il profilo risparmiando. Eppoi suvvia, rimproverare la politica umbra che ha foraggiato gli organizzatori fino ad ora (magari a scapito di altre iniziative che non hanno ottenuto gli stessi fondi per crescere e di cui non sapremo mai il vero valore culturale) e che ha, comunque, confermato i fondi dello scorso anno, mi pare proprio sputare sul piatto dove si è mangiato fino a poco tempo fa. Che poi Perugia abbia bisogno di ragionare su se stessa in altri termini, sono perfettamente d’accordo! Grazie.

    • matteoplatone ottobre 19, 2013 alle 2:24 pm

      “foraggiato”? Ma che vuol dire, scusa? Io pensavo che le politiche culturali prevedessero il concetto di “investire” o “promuovere”.
      Foraggiare esprime proprio quel tipo di cultura politica che nell’articolo critico. “Hai preso? allora zitto”. Questo è paternalismo autoritario, se permetti.
      Basterebbe tutto il discorso dell’indotto e del ritorno dell’immagine per capire quanto quel “foraggiare” sia un verbo ignobile.
      Così come “sputare sul piatto dove si mangia”: di cosa si parla? Dell’organizzazione di un Festival, o del piatto dove l’amministratore versa i fondi?
      Ma che modo di ragionare è?

      Ps
      Io sapevo che il Festival, poi, è finanziato privatamente per circa 2/3, poi se tu hai altri dati mi confronto volentieri.
      In ogni caso spero tu sarai lunedì all’incontro pubblico all’Hotel Brufani, invito esteso a chiunque sarà a Perugia lunedì.

  2. Lorenzo Mariucci ottobre 20, 2013 alle 9:46 am

    Ecco, avete presente i Giudei che devono scegliere se salvare Gesù o Barabba e all’unanimità scelgono Barabba? Senza dubbio i perugini, se dovessero scegliere fra Festival Internazionale del Giornalismo e Piacere Barbecue, salverebbero Piacere Barbecue

    • matteoplatone ottobre 20, 2013 alle 12:03 pm

      Scusa: perché devi dare questa visione parziale e grottesca dei perugini? A me sono arrivati molti attestati di stima e solidarietà rispetto al Festival. Per cui, per favore, evitiamo questa visione un po’ piatta e narcisistica dove ciò che si pensa e si sente diventa misura del mondo.
      Grazie.

      Tra l’altro mi pare tu faccia riferimento alla faccenda di Gesù e Barabba: nella Bibbia condannano Gesù. Ergo, nell’esempio che fai il Festival sarebbe Gesù. Mi pare eccessivo :D

  3. simonemassi ottobre 20, 2013 alle 3:04 pm

    Sono finito qui per caso, ma ho scoperto il blog e quando ho visto Marvin sul tuo profilo twitter ho optato per il following senza confini. Tornando al post, la storia della chiusura del Festival mi lascia perplesso: va bene fermarsi quando si è al top (tipo Schumacher prima volta), ma qualche finanziatore in giro si poteva trovare. Magari ripensando l’evento, rendendolo a pagamento. Sull’assurdità degli eventi “istituzionali” che non funzionano siamo tutti d’accordo, ma come si fa a convincere l’assessore/presidente/deputato a finanziare una buona iniziativa? Gestire i soldi pubblici è sempre delicato, perché si scontenta sempre chi non è d’accordo con chi decide. Nella sostanza: se anche finanziassimo il Festival del Giornalismo coi soldi pubblici, quelli che non sono d’accordo non avrebbero ragione ad opporsi? Passando al pratico, invece come fa il Festival di Internazionale a continuare? Sarebbe interessante confrontare i due eventi. Comunque un bel post, complimenti.

  4. Dario Salvelli (@darios) ottobre 20, 2013 alle 3:55 pm

    Ottimo post, complimenti, ahimè valido direi per la maggior parte degli eventi organizzati dal pubblico.

  5. Francesco Patiti ottobre 20, 2013 alle 5:35 pm

    Qualcuno mi risponde? Sbaglio o i comuni rischiano il commissariamento le province (si spera) chiuderanno, le regioni sono con l’acqua alla gola, istituzioni la cui importanza non è paragonabile in alcun modo con grandi eventi (ripeto, ad esempio l’Accademia di Belle Arti di Perugia) rischiano la chiusura etc etc ma tutti continuano a parlare come se tutto questo non stesse accadendo. Gli eventi che si fanno a Perugia – TUTTI – più o meno godono del finanziamento pubblico nelle forme più disparate. IJF, la cui mportanza mediatica è fuori discussione, ha ottenuto, mi pare di aver capito, nonostante tutto, per il 2014, arrotondamenti in positivo rispetto agli anni precedenti (ho letto tutte le interviste dei vari “decisori” territoriali, addirittura indispettitti, come dire: “i soldi te li damo, che sè’ de coccio???”).
    Quindi 2 domande:
    a) perchè grazie alle buone relazioni costruite tramite l’evento si è diffamato la città negli organi di informazione nazionale? ( città che negli anni ha sempre in tutti i modi sostenuto l’evento, mi ripeto, anche a scapito di altre idee che non hanno ottenuto gli stessi fondi; come dire che dette iniziative non avrebbero avuto lo stesso successo se non hanno avuto lo stesso start up?)
    b) perchè non abbassare un po il profilo, spendere, guadagnando un po meno, dimostrando amore e gratitudine per la città che è stata così “generosa” in passato, cercare ulteriori sponsor in attesa di uscire da una crisi che, dal’inizio, ha tagliato le gambe alla cultura (“La cultura non si mangia!” diceva fiero Berlusconi)? Tutto ciò anche nella non ultima considerazione che al di là dell’attenzione mediatica specifica ottenuta in quel periodo, francamente, i vantaggi economici e culturali per la città sono davvero scarsi, personali degli organizzatori, di contro, ben visibili!!
    Per quanto riguarda le politiche culturali avrei molto da dire conoscendo abbastanza profondamente le loro vicende perugine (mi scuso non voglio sembrare presuntoso ma se stessimo parlando di biliardo o freccette starei stato zitto!) ma credo che questo non si il luogo pertinente.
    Ringrazio ancora per l’ospitalità in questo blog
    Francesco Patiti

    • matteoplatone ottobre 20, 2013 alle 5:50 pm

      a) contesto il concetto di “diffamare”. Perché muovere critiche, sollevare questioni, viene visto come diffamare? è diffamatorio anche questo mio articolo allora? Che facciamo, come quelli che se uno parla di mafia al nord, diffama il nord?
      Con questo principio non si dovrebbe
      Ma che visione è questa, per cui Perugia coincide con i suoi amministratori? Una città è fatta di persone, tradizioni, idee e visioni. O tutti devono avere la stessa? Mi dispiace, sono totalmente in disaccordo con lei.
      b) “non abbassare un po il profilo”. Cioè? Ma lei è consapevole di come funzioni l’economia legata al turismo? i soldi investiti sul Festival generano un laboratorio internazionale di dibattiti e idee (sicuramente migliorabile, ma negli anni si è fatto tesoro delle critiche, chi è stato presente fin dalle prime edizioni può testimoniarlo), e permettono ad alberghi, ristoranti e commercianti di guadagnare grazie all’indotto?
      ” Tutto ciò anche nella non ultima considerazione che al di là dell’attenzione mediatica specifica ottenuta in quel periodo, francamente, i vantaggi economici e culturali per la città sono davvero scarsi, personali degli organizzatori, di contro, ben visibili!!”
      Sulla base di quali dati lo afferma? Perché in assenza di dati, non solo lei ha detto una falsità, ma ha anche dileggiato e insultato delle persone, e il loro lavoro.
      Tra gli eventi che tirano, si legga questo articolo relativo al libro edito da FrancoAngeli e dedicato al Centro Storico di Perugia, c’è proprio il Festival.
      http://www.francoangeli.it/Recensioni/365p1006_R2.pdf

      • Francesco Patiti ottobre 20, 2013 alle 10:43 pm

        Ognuno capisce quel che può.
        Il vantaggio di chi si occupa di comunicazione ad un certo livello mi pare evidente. Se scrivo una lettera io mica me la pubblica l’espresso!!! Non le pare un vantaggio personale?? Mica ho parlato di vantaggi illeciti ci mancherebbe altro!!!!
        La capacità di mettere in bocca agli altri concetti di comodo è tipica di chi non accetta critiche costruttive, le interpretazioni volutamente maliziose possono costituire malafede.
        Infatti sule questioni concrete (ad esempio che gli amministratori – che non identifico con la città, io! – hanno confermato l’assegnazione di fondi) non ho risposte, nessuna!
        Concludo questa mia partecipazione con due considerazioni:
        1) concordo con il post di Alvaro Fiorucci di pochi minuti fa su fb;
        2) l’unico motivo per cui nel tempo ho apprezzato il Festival è il credere nella libertà di informazione contro le mistificazioni di parte, almeno su questo non vorrei ricredermi.
        Ringrazio ancora per l’ospitalità nonstante il tentativo di azzerare ogni opinione differente che, ahimè, qui ho trovato!
        Francesco Patiti

      • matteoplatone ottobre 21, 2013 alle 12:22 am

        Ah, scusi, non avevo capito il problema: che a lei l’Espresso non dà ascolto :D
        Non mi pare un buon motivo però per dire che gli organizzatori di Ijf diffamano Perugia: è una calunnia ignobile, possiamo salutarci qui, visto che insiste.
        Ps
        Le suggerisco un lessico e una punteggiatura meno da esagitati: basta un solo “!” o “?” a frase.

Di' pure la tua, giuro che mi interessa un casino

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