Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Ex civatiani nel Regno dei cieli


Pippo Civati Matteo Renzi

foto via

Ogni tanto, per antropologia, vado alle manifestazioni politiche: assemblee, comizi, cose così. Tanto per vedere da vicino quello che si muove, coglierne l’atmosfera, il fermento, o persino l’intrinseca natura fallimentare. Questo a prescindere dallo schieramento che organizza o dalle mie opinioni. M’è capitato per esempio con Futuro e libertà, la convention a Bastia, che a ripensarci oggi vien da ridere: ci stava tipo il sottosegretario che commosso giurava fedeltà a Fini, salvo sfilarsi qualche mese dopo. In effetti l’unica conseguenza di quella convention è che, siccome incautamente lasciai il numero di cellulare al momento di registrarsi, ogni volta che Fratelli D’Italia fa un evento in Umbria mi arriva un sms.

Con questo spirito andai alla prima Leopolda. Dove ci stavano i civatiani, i renziani e i serracchiani, e una generazione politica che si sbracciava bevendo vino acetato in cantina perché al piano di sopra la classe egemone del partito beveva champagne inciuciando con gli avversari del centro-destra. Io me li ricordo bene alcuni civatiani dell’epoca perché poi, col tempo, son diventati renziani. Poco male, si può cambiare idea nella vita, poi sull’appartenenza politica sono molto umile perché una volta ho votato pure Verdi e pensavo fosse cosa buona e giusta e vi dico solo che allora il leader era Pecoraro Scanio. Ma la caratteristica dei renziani-fu-civatiani che mi risalta agli occhi, ora che stanno al potere o vi gravitano attorno, non è tanto il lessico politico da gita delle medie (“aò, l’avemo asfaltato”, “porcoddue ce sta Mario er gufo, speramo che la prof di Diritto non me interroghi”), né i deboli sofismi con cui giustificano le mosse di un leader che beve champagne inciuciando con gli avversari del centro-destra. Niente di tutto ciò. A risaltare sono lo sprezzo e gli sfottò per Civati e i civatiani di oggi, specie in giornate come queste, con Possibile oggettivamente schiantatosi sul primo scoglio incontrato: la raccolta firme per i referendum.

Perché questo disprezzo mi sa di chi in passato, incontrando il dominus che guidava un altro carro, ne ha fiutato l’aroma di potere, e ha avuto come un’epifania: per guadagnare prossimità è importante stare dietro la scia del dominus, e il dominus è soprattutto un opportunista di genio, abile a parlare e ad agire in funzione degli spazi che deve aprire a se stesso mentre corre verso la cima; per cui l’arte di stare nella scia del dominus diventa arte politica a tutti gli effetti, e nell’ebbrezza la si scambia per realismo. Perché un leader è una funzione sociale, e il carisma mediatico è un incantesimo collettivo: imparare a parteciparvi è sostanziale alla sopravvivenza politica, o a professioni che vi ruotano attorno. Per cui il dominus avrà sempre bisogno di essere seguito lungo la scia che traccia, prediligendo seguaci che si muovano rapidi e con perfetto sincretismo, magari anticipando i suoi desideri; meglio recidere che deviare o rallentare. Non può perdonare gli errori o le debolezze, se non come forma di magnanimità, ossia come un tiranno che si concede il piacevole lusso di graziare il condannato. Persino chi, con stoica virtù, non vuole sacrificare i princìpi (onestà intellettuale vuole si riconoscano le eccezioni), deve imparare i meccanismi dell’incantesimo, se non vuole restare travolto.

Ma non è quest’ultimo il caso di molti ex civatiani, la cui acredine strafottente verso chi credevano un potenziale dominus nasconde un terrore ben preciso: il ricordo di quando si è corso il rischio di restare a vita in cantina a bere vino acetato, ricordo che guasta in parte il sapore dello champagne che ora si sorseggia al piano di sopra, o che al limite si vede sorseggiare. Guardando al passato con gli occhi del presente, non possono che pensare a una propria debolezza intrinseca che, un giorno, potrebbe condurli fuori scia; un destino assimilabile alla morte politica. È dunque un bisogno intimo l’esorcizzare quella paura: proiettato pubblicamente, quel bisogno prende la forma dello stivale in faccia a chi sta dietro, mentre si sfoggia il sorriso da mejo fichi der bigonzo. Sarebbe quasi comico assistere, dalla propria beata irrilevanza a tasso zero di tessere, a questo sfoggio di petti in fuori e pance in dentro, ai vari “Pippo / Pippo / vieni a pescare con noi / ci manca il verme”, al narcisismo quasi patologico che computa le critiche e persino i “vaffanculo” alla voce “engagement”, se non fosse per l’appunto l’espressione di una volontà egemone che, evidentemente, ha studiato Weber all’università per meglio glossare gli slogan che un ghostwriter o uno spin doctor mettono in bocca al dominus.

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