Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Due cani


sottopassaggio Fontivegge Umbria 24

Immagine via Umbria 24

(Racconto pubblicato su UmbriaNoise n° 40 del dicembre 2015)

Non era alba la sua, ma notte trascinata come bava di lumaca. C’erano i postumi a tenergli compagnia, a due ore dal treno che l’avrebbe riportato a casa. Nell’attesa, faceva la spola tra la sala d’aspetto, lo spoglio interno della stazione di provincia, la linea gialla davanti al primo binario e i bagni. Fu là che incontrò il barbone. Acqua calda e rasoio, si radeva senza schiuma, lo zaino appoggiato al muro. Lui, com’ebbe finito di sboccare la pessima idea di colazione, si lavò la faccia nel lavello accanto; quando allungò la mano verso la carta asciugamani invase lo spazio del barbone, che si scostò giocando d’anticipo, e i loro sguardi s’incrociarono. Nell’attimo di silenzio sospeso si riconobbero randagi. Solo che lui, smaltiti i postumi, sarebbe ripartito a macinare pagine per l’imminente esame, navigando a vista con la vaga idea di approdare a un futuro da filologo. Parodie di sogni, neanche mezze speranze, all’ombra della domanda che lo sovrastava enigmatica come un monolito: cosa fare dopo la laurea?
«Serataccia, eh» disse il barbone, mentre raschiava la parte destra del mento smagrito. Il riflesso allo specchio mostrava capelli bruni invasi di bianco alle tempie, pupille ristrette, pelle arrossata fitta di crepe puntiformi. Aveva impresso il marchio dell’eroina; ne era un veterano.
«Serataccia… neanche più del solito. Tu piuttosto, non hai paura di tagliarti, senza schiuma?».
Il barbone poggiò il rasoio sul lavello, la lama rivolta verso l’alto.
«Ci vuol mestiere. Te sei da rasoio elettrico, vero?».
«Sì, ho il mento troppo spigoloso, con le lamette è un bagno di sangue. Però, scusa, gli sbirri non ti rompono, se giri col rasoio?».
«Mica me li porto dietro. Li tengo nascosti».
«Nascosti?».
«Te non hai fatto abbastanza strada, sennò lo sapresti. È pieno di posti dove la gente non guarda. Lì ci imbosco quello che non voglio portarmi dietro».
«Che posti?».
«Lo vengo a dire a te? Via, fammi finire sennò poi le signorine non s’innamorano».

Lo incontrò una seconda volta, cinque anni dopo, e fu l’ultima. Ancora alla stazione, stavolta di lunedì mattina e nel sottopassaggio. Finita l’università, dopo un master in Comunicazione per correggere il tiro di studi che mai l’avrebbero aiutato a campare, incollava col sudore pezzi di lavori che componevano un’idea di professione. Parodie di progetti, ancora zero speranze, un nuovo monolito: come pagare l’affitto?
Come formiche in fila senza alcun boccone alla testa, i passeggeri percorrevano nei due versi il sottopassaggio, deviando di pochi passi a metà strada, per poi rientrare in fila. Deviando come tutti incrociò il volto dell’uomo, guardando in basso mentre sollevava la scarpa per scartare a sinistra. Era riverso a faccia in su. Gli passò oltre. Doveva discutere col direttore dell’ente il rinnovo della collaborazione, ed era già in ritardo di un quarto d’ora; se il barbone avesse avuto l’accortezza di bucarsi più tardi, in tempo per il treno di ritorno, a tragitto inverso si sarebbe fermato.
Più volte tornò alla scena nei pensieri, mentre stava fuori dall’ufficio del direttore; sebbene l’appuntamento fosse alle nove, dopo un’ora quello stava ancora chiuso a discutere con dei delegati sindacali. Dopo un’altra mezz’ora il direttore aprì la porta: usciti i delegati, gli strinse la mano sorridendo, agghindato in un completo azzurro da piazzista.
«Lei è una valida risorsa», esordì da dietro la scrivania, dopo averlo fatto sedere. «Purtroppo il suo rinnovo capita in piena campagna elettorale, quando tutto si blocca in attesa di conoscere i nuovi referenti. Per cui, pur restando positivamente colpito dal lavoro che ha svolto in questi mesi, per il momento dobbiamo sospendere la collaborazione. Ma resti in contatto, eh, non sparisca».
Fermò in gola la fitta di rabbia. In tutto aveva parlato col direttore in quattro occasioni, e una era stata il compleanno di un dipendente, quando il direttore gli aveva chiesto di scattare una foto di gruppo col cellulare.
«Certo, non mancherò» disse, dietro una maschera che aveva forgiato a suon di porte sbattute dopo strette di mano, sorrisi e frasi educate.
Uscito da lì tornò al sottopassaggio, ma il tossico non c’era più. Al bar della stazione ne parlavano come di uno che, crepando davanti a tutti, aveva macchiato per l’ennesima volta l’immagine della città.
Ebbe un pensiero inutile, ma vivo. Chissà che ne sarebbe stato degli oggetti nascosti dal tossico: un veterano come lui avrà avuto dozzine di nascondigli, uno sguardo che trovava spazio dove gli altri vedevano solo intercapedini sporche che deturpavano mura antiche, o siepi trascurate nei parchi, o rottami ammassati che nessuno portava via. E chissà, ogni volta che moriva un randagio, se gli altri compagni di strada si mettevano a cercarne i nascondigli, col piglio di chi brama tesori sepolti, pure se quei tesori non sono che rasoi.

Non rivide più il direttore dell’ente, e non perché fosse morto, anzi.

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