Nel mio mestiere o arte scontrosa

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E incominciava la tortura


tortura cassetta

Illustrazione di Alberto Boscicchio (via)

Il maresciallo M., messo all’impiedi sulla cassetta, con una frusta piatta, un poco più stretta di due dita, mazziava nei piedi, e un altro sbirro che di tanto in tanto mi torcigliava i testicoli con le mani. Li pigliava con la mano e per farmi provare più dolore attorcigliava forte, ma siccome ero quasi soffocato dalla maschera mi pareva una salvezza il poter morire quasi, il dolore ai testicoli e ai piedi lo sentivo di meno.

Essi calcolavano il tempo e quando uno arrivava proprio all’estremità, lo sollevavano. Mi domandavano se ero deciso a parlare, e alla risposta negativa, mi rovesciavano di nuovo e rifacevano da capo le stesse cose.

Con l’acqua e sale che mi gettavano nella maschera, io non potendo respirare, inghiottivo acqua. Quando si calcolavano che uno aveva lo stomaco pieno pieno d’acqua, mi slegavano dalla cassetta e uno sbirro mi comprimeva le mani nella pancia per farmi rigettare tutta l’acqua inghiottita.

Non c’era pericolo che un vicino della caserma sentisse grida, perché erano soffocate dalla maschera piena d’acqua. Questo posto dove mi torturavano era vicino a S. Mi tiravano su e giù per tre quattro o cinque volte. Dopo, quando vedevano che ero ridotto all’estremità, mi slegavano, mi facevano svuotare l’acqua dello stomaco, due sbirri mi prendevano a braccio, perché l’articolazione era aggranchita, paralizzata, e mi facevano girare nella stessa stanzetta. In fondo alla cassetta dove si appoggiava la schiena, mettevano una coperta in modo che non rimanessero segni dal movimento che facevo per divincolarmi, soffocato, terrorizzato com’ero: è l’istinto della salvezza.

Mi facevano girare nella stanzetta fin che potevo reggermi in piedi. Poi facevano vestire e mi portavano in camera di sicurezza.

Questa vita fu, a P., per sedici giorni continui. Poi mi portarono al carcere denunziato. Aggiungo che negli ultimi giorni avevo i piedi tanto gonfi che le scarpe non mi potevano più entrare nei piedi: mi portarono allora da questa casermetta dove facevano torture alla caserma dove dormivo, con una carrozza di piazza. In particolare il maresciallo M., perché non volevo confessare un delitto che non avevo commesso (e che poi fu pure accertato non a mio carico dai giudici), per sfregio, mi ha acceso due cerini di cera nei piedi.

Fui arrestato ancora nel ’47 e fui portato a P. in corso C. Arrivai circa alle undici di notte. Appena arrivato, senza neanche interrogarmi con le buone, mi prepararono la cassetta che era uguale all’altra di P., però qui non davano frustate ai piedi. Ma torcevano i testicoli e tutte le stesse sevizie facevano, come là. Ed il mio interrogatorio cominciò sulla cassetta: mi interrogavano di parecchi delitti che non avevano potuto trovare gli autori e insistevano, seviziandomi, per farmeli confessare a me, senza guardare se potevo essere colpevole o no.

Pur essendo innocente di tanti delitti, se avessi saputo rispondere una cosa qualsiasi, basta che mi avessero levato da quelle torture, avrei confessato qualsiasi cosa, che fui io che avevo ucciso Dio, che avevo incendiato Roma e tutto quello che avrebbero voluto.

Difatti tante e tante persone si sono confessate ree di delitti che non avevano mai commesso, solo per levarsi da quelle torture. E difatti sono stati riconosciuti, dopo quattro o cinque anni di processura, innocenti dalla Magistratura.

Ripiglio dove ero rimasto: alle torture. Dopo circa un’ora, un’ora e mezzo di torture mi slegarono, mi fecero muovere a braccio di due sbirri e poi invece di mettermi in camera di sicurezza, che si preoccupavano chi sa m’avrei autolesionato (insomma che uno si sbatte la testa al muro, o che capita un chiodo per sfrangiarsi o un pezzo di vetro) mi legarono in una branda col telo. Mi legarono ai ferri, mani e piedi. E mi facevano andare ogni ventiquattr’ore al gabinetto e poi mi slegavano solamente, alle dieci di sera, per mettermi nuovamente alla cassetta. Questo durò per ventidue giorni escluso due sere che erano indaffarati per i fatti di Portella delle Ginestre.

Da Processo all’articolo 4, di Danilo Dolci

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