Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Archivi Categorie: filosofia

Che cosa è bene che cosa è male?

Noi tutti allora eravamo convinti che bisognasse parlare e parlare, scrivere, stampare il più possibile e il più presto possibile, che tutto ciò fosse necessario per il bene dell’umanità. E noi, a migliaia, smentendoci e ingiuriandoci l’un l’altro, non facevamo che pubblicare, scrivere, per istruire gli altri. E, senza accorgerci che non sapevamo nulla, che al più semplice problema della vita – che cosa è bene che cosa è male? – non sapevamo cosa rispondere, noi tutti senza ascoltarci l’un l’altro parlavamo tutti contemporaneamente, talvolta indulgendo e lodandoci l’un con l’altro affinché anche con noi fossero indulgenti e ci lodassero, e talvolta invece irritandoci e urlando uno più forte dell’altro, proprio come in un manicomio. […] Terribilmente strano, ma ora per me chiarissimo. La vera intima teoria nostra era questa: fare in modo di avere quanti più denari e lodi possibile. Per raggiungere questo scopo noi non sapevamo far altro che scrivere libretti e giornali. E questo facevamo. Ma affinché noi si potesse fare una cosa talmente inutile, pur essendo persuasi di essere persone molto importanti, avevamo bisogno anche di una teoria che giustificasse la nostra attività.
Ed ecco che inventammo quanto segue: tutto ciò che è reale è razionale. E tutto ciò che è reale si sviluppa. Ma tutto si sviluppa per mezzo dell’istruzione. E l’istruzione si misura dalla diffusione dei libri, dei giornali. Ma a noi pagano denari e ci rispettano perché scriviamo libri e giornali, quindi noi siamo gli uomini migliori e più utili. Questa teoria sarebbe andata molto bene se noi tutti fossimo stati d’accordo; ma giacché contro ogni idea espressa da uno veniva sempre fuori un’idea diametralmente opposta, espressa da un altro, questo stesso fatto avrebbe dovuto farci ricredere. Ma di questo noi non ci accorgevamo. Ci pagavano, e le persone del nostro partito ci lodavano, di conseguenza ci ritenevamo nel giusto.
Ora è chiaro per me che non vi era nessuna differenza rispetto a un manicomio; ma allora lo sospettavo soltanto vagamente e, soltanto, come tutti i pazzi, davo del pazzo a tutti salvo che a me.

Lev Tolstoj, La confessione

“Chi è innamorato non aspetta che gli altri si innamorino”

La religione è iniziativa assoluta. Questo portarsi al centro della verità e dell’amore, e voler essere non solo il pensiero per un uso individualistico, ma il pensiero che non esclude da sé il pensiero di ogni altro; voler essere non l’esistenza per se stessa, ma l’esistenza che si sente unita alle altre esistenze e gode di esse come di un tutto; non può attendere l’atteggiamento del tale o del tal altro per decidersi: a me sta la responsabilità del fondamento stabile, dell’atteggiamento essenziale che ci unisce malgrado tutto. Leggi il resto dell’articolo

“Se io non uccido l’altro”

Se vedo gli altri come estranei nella vita, mi sentirò inevitabilmente anch’io estraneo a loro. E l’altro, che già vivo, non ho considerato come elemento in me, dopo che sarà morto, non lo vedrò: dovrò fare ricerca, fare ammenda, consumarmi nel dolore del pentimento per non averlo amato infinitamente, per averlo escluso dall’unità amore; e in questo dolore purificandomi dalla finitezza, dalla considerazione della mia sola esistenza, vedrò l’altro vicino a me, intimo a me, e instaurerò, sebbene tardi, l’unità amore. Questa unità è possibile egualmente coi vicini, coi lontani e coi morti, vivendo le singole individualità concrete, non uccidendole nemmeno col pensiero, adorandole, amandole senza limiti. Leggi il resto dell’articolo

Nel regno del Kitsch


La disputa fra coloro che sostengono che il mondo è stato creato da Dio e coloro che invece ritengono sia sorto spontaneamente tocca qualcosa che supera il nostro intelletto e la nostra esperienza. Molto più reale è la differenza che separa coloro che mettono in discussione l’essere così com’è stato dato all’uomo (non importa in che modo o da chi) da coloro che vi aderiscono senza riserve. Leggi il resto dell’articolo

Sugli imprenditori di se stessi

Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico – almeno io non posso non dirmi tale – la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società, se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione. Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Leggi il resto dell’articolo

Sulla cronaca nera

Nel regno dove domina la cronaca nera il linguaggio trasmette due concetti. Il primo concetto è: il mondo è violento e spietato. Che il mondo sia violento e spietato la cronaca nera lo mostra con dovizia di dettagli, in un tripudio di immagini truci e aggettivazioni dell’orrido. Non esiste osceno, nel regno dove domina la cronaca nera: quando nasce una protesta per immagini troppo scabrose, o per una persistenza morbosa di un conduttore su dettagli orribili, l’atteggiamento tipo consiste nell’invocare il diritto all’informazione. Ma è un’argomentazione fallace, perché in realtà la deontologia professionale pone dei paletti, ad esempio per le immagini di minori; dunque quando si nomina il diritto all’informazione come fosse una licenza a esibire si reclama una sorta di onnipotenza di fronte alla soglia dell’osceno. Quando sceglie di ignorare questa soglia, quando decide che questa soglia non esiste, oppure non è importante, la cronaca nera esorbita e diviene ibrida: ha i mezzi del giornalismo, ma persegue altri scopi. Si passa dunque al secondo concetto trasmesso.
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Sul suicidio

Piccola favola zen che poi in fondo ci metto pure la morale così poi si capisce meglio


Un giorno, mentre camminava attraverso la foresta, un uomo incontrò una feroce tigre. Si diede immediatamente alla fuga per salvare la propria vita e la tigre lo inseguì.
L’uomo arrivò al bordo di un dirupo e la tigre lo stava per raggiungere. Non avendo scelta, si arrampicò giù per il precipizio, tenendosi con entrambe le mani ad una pianta di vite.
Appeso sul dirupo, l’uomo vide sopra di sé la tigre. Guardò verso il basso e vide un’altra tigre, che ruggendo attendeva la sua discesa. Era tra due fuochi.
Due topi, un bianco ed un nero, apparvero sulla vite a cui si aggrappava e, come se la situazione non fosse abbastanza grave, cominciarono a rosicchiare la pianta. Leggi il resto dell’articolo

Frenchi Ai Energi, pimpami Platone

Leggo questa intervista di Repubblica a Frankie Hi Nrg, di cui cito un passo. Lo cito perché è un esempio luminoso e ancestrale di didattica post-moderna, l’emblema di come un artista vero riesca con una semplice frase a toccare il cuore del problema. Il problema, in questo caso, è naturalmente lo stesso Frankie Hi Nrg:

Sì, ma da qui a immaginare un nuovo singolo…
“Questi concetti l’ho riassunti in questo rap: “lo studio finalmente ti svaga, partendo da Platone e arrivando a Lady Gaga”. Sono entrambi importanti per uno studente oggi, ma anche per un professore ed essere ignoranti in materia di Lady Gaga, non è che poi sia meno grave che essere ignoranti su Platone. Meglio saperne di entrambi, mai sputare sulla cultura, anche se bassa. Quanto di Platone c’è in Lady Gaga?” Leggi il resto dell’articolo

Rivolta e arte

In arte, la rivolta si adempie e si perpetua nella vera creazione, non nella critica o nel commento. A sua volta, la rivoluzione può affermarsi soltanto in una civiltà, non nel terrore o nella tirannia. I due interrogativi che ormai il nostro tempo pone a una società costretta in un vicolo cieco, è possibile la creazione, è possibile la rivoluzione, ne fanno uno solo, che investe la rinascita di una  civiltà.
La rivoluzione e l’arte del ventesimo secolo sono tributarie dello stesso nichilismo e vivono nella stessa contraddizione. Esse negano quanto tuttavia affermano nel loro movimento stesso e cercano ambedue uno sbocco possibile, attraverso il terrore. La rivoluzione contemporanea crede d’inaugurare un nuovo mondo, ed è soltanto la conclusione contraddittoria del vecchio. Leggi il resto dell’articolo