Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Archivi Categorie: letteratura

Quel dolore gli risultava inutile e aveva preferito non sentirlo più

carcere

(Immagina via)

Quella domenica d’inizio settembre Fabio esce a comprare le sigarette e va dove Lorenzo di solito scolletta, ben sapendo di trovarlo, e un po’ è contento di vederlo vivo un po’ è scocciato perché capisce che ancora si fa, e gli dice «i soldi non te li do perché so cosa ci fai, se vuoi ho una sigaretta»; sempre meglio d’essere insultati, pensa Lorenzo, che ricorda il giorno in cui Fabio ha iniziato a guardarlo in quel modo. È stato dopo la lite per la storia di Carlo il falegname. Capita che un giorno arrestino Carlo insieme alla compagna perché coltivano marijuana per disobbedienza civile. Carlo come arriva in carcere lo mettono in isolamento, lui, che è un pacifista; quando dopo tre giorni liberano la compagna quella chiede di Carlo, e le dicono che potrà rivederlo dopo l’autopsia, e così capisce che è morto. E i randagi come Lorenzo sapevano com’era andata, se l’immaginavano, perché almeno una volta erano stati pestati da una divisa, e a loro era andata bene; il referto iniziale attribuiva la morte di Carlo a cause naturali, poi si è scoperto che era entrato in carcere in salute per uscirne, da morto, con lesioni al cervello, alla milza e al fegato. C’era stata una manifestazione per chiedere la verità sulla sua morte, e Lorenzo voleva andarci ma poi era crollato sul divano dopo una notte insonne. Leggi il resto dell’articolo

Livida, fendesti la quercia

Assiolo

Livida, fendesti la quercia.

Con temperanza inedita
Che mesce desiderio e frustrazione;
Ne viene un colore freddo, verde
sangue di fegato,
Cola in sfregi esposti, li incendia,
Senza tracce si ritrae;
Scaltrezza notturna d’assiolo, che levatosi
Geme nascosto per il suo segreto
In attesa che il fuoco si plachi.

Distante, albeggia il rimbombo del tuono.

Da molte mattine impassibili,
Nella rugiada, fino alla tempesta,
O in sassate di ghiacchio, cieche e terribili;
Domata è la fiamma, la corteccia
Si rinnova, marchiata ma viva,
Fino alle radici che l’assiolo non vede.

Livida, tornasti alla quercia.

L’unica parola che dignità pronuncia

erasmus sky

immagine via

Quando avrete finito
Le vostre parole lucide e smaltate,
Gettate sui morti insepolti.

Quando avrete finito
Di mirare l’incarto confezionato,
O di pagare chi per voi lo fabbrica.

Quando sarete scesi dai pulpiti
Tronfi per la conta
Di plausi e pollici alzati.

Quando sarete infine soli
E resterà il mugghiare del vento
O il nero lucente di stelle
Sui vostri sguardi prima ubriachi.

Allora ascolterete il silenzio:
L’unica parola che dignità pronuncia,
Flebile, piangente, ossequiosa.

Due cani

sottopassaggio Fontivegge Umbria 24

Immagine via Umbria 24

(Racconto pubblicato su UmbriaNoise n° 40 del dicembre 2015)

Non era alba la sua, ma notte trascinata come bava di lumaca. C’erano i postumi a tenergli compagnia, a due ore dal treno che l’avrebbe riportato a casa. Nell’attesa, faceva la spola tra la sala d’aspetto, lo spoglio interno della stazione di provincia, la linea gialla davanti al primo binario e i bagni. Fu là che incontrò il barbone. Acqua calda e rasoio, si radeva senza schiuma, lo zaino appoggiato al muro. Lui, com’ebbe finito di sboccare la pessima idea di colazione, si lavò la faccia nel lavello accanto; quando allungò la mano verso la carta asciugamani invase lo spazio del barbone, che si scostò giocando d’anticipo, e i loro sguardi s’incrociarono. Leggi il resto dell’articolo

«Cominciamo con le solite, piccole cose…»

gli increati antonio moresco

«Cominciamo con le solite, piccole cose…» riprende a dire la voce, dopo un po’ «la deportazione, i treni stivati di uomini, donne e bambini, 150, 200 persone per ogni vagone, la tortura della sete, i bambini che gridano e piangono, le donne che li accarezzano, che tentano di consolarli, le persone pigiate che cercano un varco per accucciarsi, l’orrore dell’umiliazione dei corpi che svuotano i loro intestini in mezzo ad altri corpi sconosciuti fino a un momento prima, l’odore spaventoso degli escrementi e dei corpi morti nella ressa dei corpi vivi, già in preda allo scatenamento degli enzimi e all’autodigestione delle cellule, le colonie di batteri in esplosione demografica per l’enorme quantità di cibo a disposizione, fino a 20.000 persone al giorno che arrivano al campo di sterminio di Treblinka, da Polonia, Bielorussia, Cecoslovacchia, Austria, Germania, Bulgaria, Bessarabia… le donne e gli uomini rapati a zero, tutte quelle teste improvvisamente nude, scuoiate, le montagne di capelli portati via a sacchi interi, le persone ammazzate all’inizio con asce, martelli, bastoni, poi nelle camere a gas, 10 camere a gas di 7 metri per l’8 l’una, 500, 600 persone nude stivate in ogni camera a gas, 5000 gasati a ogni ondata, almeno 10.000 persone gasate ogni giorno, 300.000 gasate ogni mese, le madri che nascondono o sotterrano i propri bambini sotto gli stracci e i cadaveri per cercare di salvarli, i cani che costringono le madri con i neonati in braccio a entrare nelle camere a gas, che strappano a morsi i genitali ai bambini, le guardie che spaccano le loro teste contro i muri tenendoli per i piedini, che strappano ai morti i denti d’oro con le tenaglie, le enormi griglie su cui bruciano i cadaveri che si contorcono ancora mentre sono già nel continente dei morti, l’odore di carne umana bruciata, le urla spaventose, strazianti, all’interno delle camere, mentre le guardie cominciano a erogare il gas, guardano dagli spioncini cosa sta succedendo all’interno… Ma questo è ancora niente rispetto alla piccola cosa che voglio cercare di dire alla fine. Che cosa succedeva là dentro, in quelle agonie che duravano anche mezz’ora, tra quei corpi nudi pigiati fino a spaccarsi le ossa, che non trovavano neanche il posto per cadere a terra? Che cosa succedeva? si sono sempre chiesti i vivi dentro la morte, perché nessuno è mai tornato tra loro a raccontarlo. Perché vogliono sapere anche quello, persino quello. Vogliono arrivare fin là dentro coi loro occhi, vogliono far entrare quella che credono la loro storia anche là, persino là, vogliono strappare fino a quel punto alla morte la loro storia dentro la morte. Invece neanch’io lo racconterò. Io ero là ma non lo racconterò, non lo testimonierò. Non solo perché non si deve raccontare, non si può raccontare e testimoniare, ma anche perché questa non è più la storia dei vivi, è già la storia dei morti. Là dentro la storia dei vivi gira su se stessa, non c’è più non c’è mai stata, non ci sarà. Dicevano allora quei vivi che io facevo parte di un popolo che doveva essere eliminato perché non voleva morire. Ma di che popolo facevo parte? Di un popolo che non voleva morire o del popolo dei morti? Io faccio parte del popolo dei morti. Perché la morte non viene dopo, viene prima. La porta di cemento era già stata chiusa. Il pavimento era tutto inclinato per poter far rotolare fuori i corpi morti, alla fine. “Dove sono?” mi chiedevo mentre ero là, e vedevo intorno a me cose che non racconterò, che non testimonierò, che non profanerò. “Sono dentro la storia o sono dentro la morte?”. Tutti quei corpi nudi, tutti quei corpicini avvinghiati agli altri corpi più grandi da cui erano appena scaturiti nascendo dentro la morte… Ma non dirò più nient’altro di questo, io non farò diventare tutto questo indicibile orrore la storia dei vivi, io voglio solo provare a dire quella piccola cosa, che posso cercare di dire solo perché è già dentro il continente e la storia dei morti. Voglio provare a dire solo quella piccola cosa, in confronto alla quale tutto quello che ho detto finora è niente…»

(Antonio Moresco, Gli increati)

Non sentite l’odore del fumo?

no al razzismo

Foto: via Mimmo Domenico Russo (licenza CC BY-NC-ND 2.0

NON SENTITE L’ODORE DEL FUMO
AUSCHWITZ STA FIGLIANDO

Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose. Leggi il resto dell’articolo

Che cosa è bene che cosa è male?

Noi tutti allora eravamo convinti che bisognasse parlare e parlare, scrivere, stampare il più possibile e il più presto possibile, che tutto ciò fosse necessario per il bene dell’umanità. E noi, a migliaia, smentendoci e ingiuriandoci l’un l’altro, non facevamo che pubblicare, scrivere, per istruire gli altri. E, senza accorgerci che non sapevamo nulla, che al più semplice problema della vita – che cosa è bene che cosa è male? – non sapevamo cosa rispondere, noi tutti senza ascoltarci l’un l’altro parlavamo tutti contemporaneamente, talvolta indulgendo e lodandoci l’un con l’altro affinché anche con noi fossero indulgenti e ci lodassero, e talvolta invece irritandoci e urlando uno più forte dell’altro, proprio come in un manicomio. […] Terribilmente strano, ma ora per me chiarissimo. La vera intima teoria nostra era questa: fare in modo di avere quanti più denari e lodi possibile. Per raggiungere questo scopo noi non sapevamo far altro che scrivere libretti e giornali. E questo facevamo. Ma affinché noi si potesse fare una cosa talmente inutile, pur essendo persuasi di essere persone molto importanti, avevamo bisogno anche di una teoria che giustificasse la nostra attività.
Ed ecco che inventammo quanto segue: tutto ciò che è reale è razionale. E tutto ciò che è reale si sviluppa. Ma tutto si sviluppa per mezzo dell’istruzione. E l’istruzione si misura dalla diffusione dei libri, dei giornali. Ma a noi pagano denari e ci rispettano perché scriviamo libri e giornali, quindi noi siamo gli uomini migliori e più utili. Questa teoria sarebbe andata molto bene se noi tutti fossimo stati d’accordo; ma giacché contro ogni idea espressa da uno veniva sempre fuori un’idea diametralmente opposta, espressa da un altro, questo stesso fatto avrebbe dovuto farci ricredere. Ma di questo noi non ci accorgevamo. Ci pagavano, e le persone del nostro partito ci lodavano, di conseguenza ci ritenevamo nel giusto.
Ora è chiaro per me che non vi era nessuna differenza rispetto a un manicomio; ma allora lo sospettavo soltanto vagamente e, soltanto, come tutti i pazzi, davo del pazzo a tutti salvo che a me.

Lev Tolstoj, La confessione

Campo di concentramento

immagine: Elvy Cicalese

immagine: Elvy Cicalese

Alla radio trasmettevano un programma sull’emigrazione ceca. Si trattava di un montaggio di conversazioni private registrate clandestinamente da qualche spia ceca infiltratasi tra gli emigrati e ritornata poi a Praga con tutti gli onori. Erano chiacchiere di nessun conto dove, di tanto in tanto, comparivano parole dure sul regime d’occupazione, ma anche frasi nelle quali gli emigrati si davano l’un l’altro del cretino o dell’impostore. Erano proprio quelle le frasi su cui insisteva la trasmissione: dovevano dimostrare non solamente che costoro parlavano male dell’Unione Sovietica (cosa che in Boemia non indignava nessuno), ma che si insultavano a vicenda con abbondante uso di parolacce. È strano come tutti dicano parolacce dalla mattina alla sera, ma quando sentono alla radio una persona conosciuta, una persona che rispettano, dire a ogni frase “cazzo”, ci rimangono un po’ male. “È incominciata così, con Procházka” disse Tomáš continuando ad ascoltare. Leggi il resto dell’articolo

Il più grande peccato dei nostri tempi

torure iraq

Sto cominciando a pensare che sia il più grande peccato dei nostri tempi.

Sapere e fingere di non sapere per non essere disturbati in alcun modo.

Capite cosa sto dicendo?

Io sapevo, Oh, le cose che sapevo.

E non ho fatto niente. Potete immaginare il sapere… il sapere che un uomo sta torturando una bambina nel vostro seminterrato e voi continuate a vivere come se niente fosse? Sapere che sta succedendo proprio sotto i vostri piedi mentre aspettate che l’acqua bolla, mentre mettete a letto i vostri figli, mentre lavorate in giardino e la luce pallida è sempre lì. Il suono sordo delle grida, voi che vi prendete in giro da soli dicendo “Sono i corvi sui fili” pur sapendo che si tratta della sua agonia. Le stanno tagliando le dita a una ad una, cavando gli occhi, i denti… torture inimmaginabili, e questo è qualcosa che voi sapete per certo, altri lo possono supporre, molti negarlo, ma voi lo sapete per certo e non lo dite a nessuno perché potreste perdere qualcosa se lo fate. La vostra vita spensierata, la vostra felicità, il vostro lavoro. Il vostro lavoro. E se perdete il lavoro, perdete anche la pensione. E voi non volete perdere la pensione. Dicevano, ammettevano che c’era bisogno di dire qualche bugia, per la gente, altrimenti i britannici non avrebbero mai mandato i loro ragazzi a fare una guerra in cui non credevano. Dicevano che dovevamo impaurirli, dovevamo ricordargli la Seconda Guerra Mondiale, dovevano capire che la minaccia di Saddam era come il trattato dei nazisti. Noi tutti sapevamo che questa guerra non era vera. Noi tutti sapevamo che il casus belli era una bugia. Cosa potevamo fare? Non avevamo alcun potere. Scuotevamo le teste e scappavamo via, piccoli vigliacchi. Non parlavamo. Avevamo fatto un voto di segretezza. Se non volevamo perdere il lavoro dovevamo tenere le bocche chiuse. Così ho nascosto la testa nella sabbia. Leggi il resto dell’articolo

Torino una sega #TUS2

Torino una sega
E allora sono andato con Scrittori precari a Firenze per Torino Una Sega, reading ospitato dal Caffè Notte. Un evento partecipatissimo, brulicante di persone venute a leggere, ascoltare, guardare, bere, ridere; venute a condividere. Ho rivisto volti graditi, ho conosciuto persone che a seguirle sull’internet pensavo incuriosito “oh, questo è in gamba, chissà se un giorno lo conoscerò”; ché ancora sono 1.0, sul conoscere le persone.
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