Nel mio mestiere o arte scontrosa

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Archivi Categorie: rivolta

Gentilissimi schiavi tutti

Gentilissimi schiavi tutti,
Sono il potere. Oh, scusate, volevo dire: sono il Potere, quello con la “p” maiuscola, per intendersi (mi confondo spesso perché pecco di umiltà).
Allo scopo di rendere meno traumatica la vostra situazione, che peraltro, a mio avviso, vi siete meritati, ho deciso di sostituire alcune espressioni il cui uso, se prolungato, potrebbe nuocere alla vostra produttività. Sì, lo so che alcuni di voi sono disoccupati, ma tranquilli: anche voi state producendo qualcosa che mi serve, non vi crucciate, state andando bene così (se proprio volete farmi un favore, provate a smettere di consumarvi così velocemente, grazie!). Leggi il resto dell’articolo

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Precariamente

Cara Silvia, il tuo articolo, ma io sono sicuro della tua assoluta buona fede, è profondamente falso, come minimo è impreciso. Quando si scrive per dare testimonianza, quando si sceglie di farlo e si passa il Rubicone tra pensiero e discorso pubblico, si dovrebbe parlare autenticamente di sé, e fare esempi diretti, trasparenti, o usare metafore in cui si capisce qual è il punto A e quale il punto B del traslato. Tu usi un “io” e un “noi” molto retorici, e dunque molto scorretti, perché il tuo lettore può estenderli tranquillamente a una generazione di lavoratori precari, e non soltanto a te o a persone che conosci direttamente; lo può estendere anche a chi, magari, ha una storia molto, molto diversa dalla tua o dagli esempi cui ti limiti ad alludere, a fronte della precisione delle accuse che lanci. E questo tuo errore io umanamente lo capisco, capisco certa acredine e certa bile, conosco questo tipo di veleno che si sprigiona quando nel quotidiano ci confrontiamo con quell’astratto che miete vittime, e quando l’astratto comincia a uccidere, scriveva Camus, bisogna confrontarsi con esso, e non è mai facile.

Da Silvia, rimembri ancora (chi è il colpevole)?

(Immagine da: sharenator.com)

La Peste

La società del governo tecnicaaargh!


QUESTO POST LO SCRIVO TUTTO STAMPATELLO PERCHE’ TANTO ORMAI IL BERUSCONISMO E’ FINITO QUINDI SE SCRIVO COSI’ E MALE NON E’ PIU’ BERLUSCONISMO E’ UN’ALTRA COSA E VOI NON SAPETE COME SI CHIAMA GNE GNE GNE SCOMMETTO KE A VOI INTELLIGENTONI DA’ PURE FASTIDIO VEDERE TUTTI QUESTI APOSTROFI AL POSTO DEGLI ACCIENTI. POI NON POTETE NEANCHE DIRE CHE TROLLO PERCHE’ E’ IL MIO BLOG CIOE’ E’ DI WORDPRESS PERO’ LO USO IO FINCHE’ WORDPRESS NON DICE DI NO QUINDI STACCE CHE C’HO PURE I COMMENTI IN MODERAZIONE. Leggi il resto dell’articolo

L’Italia è una Repubblica fondata sugli stage gratuiti


Cara SPA che hai deciso di pubblicare il tuo annuncio anche nella mia città (Perugia), pur essendo un’azienda di Pesaro, tu mi chiedi di avere un’esperienza di 5 anni. Non solo, tu mi chiedi anche tra le righe di essere disoccupato e disponibile a trasferirmi subito a Pesaro pur essendo disoccupato, perché uno che ha un contratto di lavoro è un po’ difficile che sia in grado di lasciarlo subito, a meno che la ditta per cui lavora non salti in aria (del resto nell’annuncio non c’è scritto «astenersi dinamitardi»). Leggi il resto dell’articolo

Rivolta e arte

In arte, la rivolta si adempie e si perpetua nella vera creazione, non nella critica o nel commento. A sua volta, la rivoluzione può affermarsi soltanto in una civiltà, non nel terrore o nella tirannia. I due interrogativi che ormai il nostro tempo pone a una società costretta in un vicolo cieco, è possibile la creazione, è possibile la rivoluzione, ne fanno uno solo, che investe la rinascita di una  civiltà.
La rivoluzione e l’arte del ventesimo secolo sono tributarie dello stesso nichilismo e vivono nella stessa contraddizione. Esse negano quanto tuttavia affermano nel loro movimento stesso e cercano ambedue uno sbocco possibile, attraverso il terrore. La rivoluzione contemporanea crede d’inaugurare un nuovo mondo, ed è soltanto la conclusione contraddittoria del vecchio. Leggi il resto dell’articolo

“Kappler” (Offlaga Disco Pax)


Io dormivo, mia madre andava a lavorare presto.
Arrivava l’una ed ero ancora a letto.
Ricordo che mi alzavo, vestivo, prendevo la borsa con dentro i libri del giorno prima ed uscivo dalla finestra della mia stanza mentre mamma entrava dalla porta.
Mamma si fidava di me. Una volta andò al ricevimento dei professori, perché era una fase politica intensa: assemblee, cose così.
Il docente di agraria era un omone vestito di nero ultracinquantenne e anche ultraconservatore e ti terrorizzava solo a guardarlo. Lo avevamo ribattezzato, visto l’abito e lo stile, “Kappler“. Leggi il resto dell’articolo

La benignità del male

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo.

Primo Levi, La chiave a stella Leggi il resto dell’articolo

“Un giudice”, di Fabrizio De André (dedicata a Renato Brunetta)

Canzone dedicata al “Giudice” Renato Brunetta, di cui sul blog PrecarieMenti si chiedono giustamente le dimissioni.

Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che si avvicina solo
per un suo dubbio impertinente: Leggi il resto dell’articolo

“Si ha solo quello che si dona”

«In ogni tempo e in qualunque società l’atto supremo dell’anima è di darsi, di perdersi per trovarsi. Si ha solo quello che si dona.» Leggi il resto dell’articolo